sabato 11 ottobre 2008

Ha perso la vita Joerg Haider

Il leader populista austriaco e governatore della Carinzia Joerg Haider e' morto in un incidente stradale: lo ha reso noto l'agenzia austriaca Apa, citando fonti della polizia di Klagenfurt.
Secondo le prime testimonianze il 58enne Haider - leader del partito dell'Alleanza per il Futuro dell'Austria, Bzo - si trovava da solo alla guida della vettura, uscita di strada per ragioni ancora da accertare. Haider, ferito gravemente alla testa e al torace, e' deceduto poco dopo, secondo quanto riferito dall'Apa.

venerdì 1 agosto 2008

Mediaset vuol portare in tribunale YouTube

Mediaset querela YouTube: "sui loro server migliaia di ore di nostri programmi coperti da copyright". Chiesti 500 miliardi di danni. La società del gruppo di Google: "Collaboriamo con i detentori dei diritti sui contenuti digitali" 
Mediaset e Berlusconi vorrebbero chiudere, cancellare, quel network libero che si chiama You Tube, dove ognuno può proporre il proprio materiale e costituire così un grande archivio video. Su questo archivio è possibile reperire ogni sorta di video, diventando così un utile strumento per tutta la comunità; chiudere You Tube vorrebbe dire soffocare, ancora una volta, la liberta di informazione. Basti pensare che questo network venne oscurato pochi mesi fa in Tibet dal Governo cinese per non consentire ai monaci tibetani di informarsi su quello che stava avvenendo nella loro regione. Ancora una volta si sta cercando di mettere un bavaglio a quella informazione "non controllata" o "non selezionata" dalla casta italiana, Berlusconi in primis.

Garibaldi: eroe o cialtrone?

Vista l'attualità del suddetto argomento, posto qui sotto il video di una conferenza tenuta qualche mese fa da Gilberto Oneto e Roberto Gremmo:



mercoledì 23 luglio 2008

L'ombra massonica dietro il nazionalismo italiano

Dopo la vittoria al mondiale di calcio il rigurgito di nazionalismo italiota ha riportato in auge i relitti dell’educazione civica fascio-risorgimentale: gli ammuffiti tricolori, che da tanti anni giacevano in cassetti dimenticati alla mercè delle camole, sono riapparsi sventolanti e i giovani discotecari del sabato sera hanno imparato persino la prima strofa dell’inno, magari interrogandosi, col contegno ottuso del calciodipendente, su chi fossero “Scipio” e “Ferruccio”! Capisco benissimo come i sentimenti nazionali travalichino gli angusti ambulacri della ragione ma dovremmo tutti essere coscienti del significato dei segni che usiamo e della parole che pronunciamo; è evidente infatti come il verde del tricolore italiota, ben lungi da rappresentare la speranza, sia il colore della massoneria, principale artefice dell’unificazione italiana, e come l’incipit “Fratelli d’Italia” indichi la fratellanza delle logge, in cui era ben addentro il framassone Goffredo Mameli.

D’altra parte è innegabile come il Risorgimento, esportazione dei principi della Rivoluzione francese sul suolo italiano, sia stato principalmente opera della massoneria, chiarendo però come parlare di massoneria al singolare non dia ragione di un fenomeno molto più complesso che vede spesso conflitti tra diverse logge, se non all’interno della stessa loggia; comunque tale opera occulta e sotterranea, svelata negli ultimi anni da studiosi quali la Pellicciari e orgogliosamente ostentata dagli odierni massoni, riguardò sia il piano organizzativo, quale il reperimento di risorse economiche e la cooptazione di uomini, che i principi ideali posti alla base dell’opera di costruzione italiana e di distruzione degli antichi regimi.

In questo ultimo senso è assolutamente necessario rimarcare come la stessa idea moderna di nazione, cioè quello che viene definito nazionalismo, trovò un eccezionale tramite di diffusione e amplificazione in epoca romantica da parte della massoneria: alla base delle rivendicazioni nazionali dei paesi europei, soprattutto contro l’impero asburgico, vi fu un’intesa attività propagandistica delle logge locali; il punto non sta tanto nel determinare quanto legittime fossero tali aspirazioni, questione che andrebbe trattata caso per caso, ma quanto genuine, cioè quanto sentite veramente dal popolo, e soprattutto indagare se la massoneria sostenne con simpatia i nazionalismi oppure se li adoperò per finalità ulteriori. A tal proposito il nazionalismo italiano si configura, dalla genesi fino alla realizzazione delle sue brame, come un adeguato campo di studio dell’operare massonico contro le monarchie dell’Ancient Regime.

La storiografia romantica, diffusa dall’educazione scolastica italiana, ci ha infatti imposto la visione di un’identità italiana che si sviluppa linearmente e senza discontinuità dalla romanità sino ai giorni nostri, trascurando l’importanza del contributo del substrato preromano e addirittura eliminando l’apporto di altri popoli che hanno abitato la penisola, influendo sulla diversa identità dei popoli italiani (come bizantini, arabi, longobardi, normanni, ecc.). In base a questi principi i periodi della storia d’Italia vennero giudicati, e seguitano a venir giudicati, in base al grado d’unità politica della penisola (notevole preconcetto ideologico) e non alla prosperità, all’accordo popolare o ad altri fattori: proprio per questo la storia moderna italiana, cioè quella che segue la rottura della pace di Lodi (1494) fino ai primi barlumi di moti risorgimentali, non poteva che essere oggetto di valutazioni critiche negative.

Di fatto però il nazionalismo italiano, tenendo ben presente la distinzione tra l’idea medievale di nazione, ancora presente in Machiavelli, e quella moderna , nasce e si sviluppa fin dai suoi principi nelle logge massoniche, diffondendosi poi nel mondo culturale in epoca illuministica e giacobina senza però riuscire mai a penetrare nel popolo . Non solo l’idea d’Italia era ignota al sensus communis ma finanche il concetto di nazione non trovava spazio nella mente di chi era abituato a ragionare nei termini, non contraddittori ma complementari, di universalismo (cattolico e imperiale) e localismo comunitario; la patria difesa dagli insorgenti antigiacobini non era una terra dai confini tracciati sulla carta, bensì la terra dei padri, la terra in cui erano nati e cresciuti e nella quale avevano affetti e rapporti umani reali .

I prodromi del nazionalismo italiano si ritrovano, a detta di molti studiosi, nell’articolo del capodistriano Gian Rinaldo Carli, iniziato alla massoneria, scritto per Il Caffè nel 1765 in forma anonima col titolo La patria degli italiani; in questo scritto il Carli, nella figura di un ignoto che entra in un Caffè, si lamenta con un avventore, Alcibiade, che lo ha definito “forestiero” in quanto non milanese, esclamando: “Un italiano in Italia non è mai forestiero”. E’ evidente che il Carli dava per scontato un’identità italiana che in realtà non esisteva, in quanto essa era tale solo a livello letterario, dato che la lingua letteraria accettata sin dal ‘500 era il fiorentino, e geografico, poichè la penisola italiana è racchiusa entro confini naturali; questa identità non era però assolutamente sostenuta dal popolo che si sentiva legato ai suoi legittimi sovrani, dunque ben distante da qualsiasi idea di unità politica italiana e per giunta non utilizzava assolutamente il fiorentino letterario il quale, d’altra parte, non era nemmeno quello parlato dagli abitanti di Firenze nel XVIII secolo. Proprio per questo i primi diffusori dell’idea di italianità furono letterati, solitamente massoni e illuministi; fa eccezione ad esempio il noto Giuseppe Carpani, successore del Metastasio come poeta di corte a Vienna, il quale pur non negando una certa idea di nazione italiana considerava, in virtù del suo attaccamento agli Asburgo, l’unità politica un processo assai pernicioso. Ad ogni modo lo scritto del Carli nascondeva anche quel processo di affratellamento fra le varie logge massoniche in suolo italiano che incominciarono a diffondere queste idee attraverso le loro migliori penne. Tale era il gesuita mantovano Saverio Bettinelli, iniziato probabilmente alla loggia cremonese “La concordia”, il quale scrivendo il Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille (1775) oltre a inaugurare una visione storiografica nella quale l’età comunale era sentita, in maniera assolutamente anacronistica, come affrancamento italiano dalla tutela straniera, utilizzò, translandone il significato, un termine religioso destinato ad avere un grande successo .

Il vento della rivoluzione francese amplificò la tematica del nazionalismo italiano consentendo ai giacobini italiani, già ben diffusi, di uscire dai loro club clandestini, che spesso erano in stretta connessione con le logge; questi erano convinti che il Bonaparte avrebbe portato l’unificazione e l’indipendenza italiana sulla punta delle baionette: speranza invero malriposta considerando i veri obbiettivi dei francesi sulla penisola, sintetizzabili nell’espressione del membro del direttorio Lazare Carnot “un limone da spremere”. Nonostante ciò i giacobini ebbero per la prima volta l’occasione di venir fuori dalle loro asfittiche riunioni e proclamare i loro ideali ad alta voce: tra questi è eminente il concetto di nazione italiana e la volontà di creare una repubblica italiana; uno dei più attivi patrioti del triennio giacobino (1796-99) fu Matteo Galdi, iniziato alla massoneria napoletana dal celebre maestro Caracciolo ma fuggito a Genova, il quale vergò il suo pensiero nello scritto Sulla necessità di stabilire una repubblica in Italia(1796).

Ben presto le chimeriche aspettative giacobine furono deluse dalla dura realtà dei fatti, infatti il Direttorio francese non aveva alcuna intenzione di trattare le varie entità statuali italiane come repubbliche sorelle bensì come utili sottoposte: non a caso nella breve vita della Repubblica Cisalpina i generali francesi dovettero “correggere” le decisioni dei riottosi consigli con frequenti colpi di Stato. La traumatica disillusione costrinse i patrioti italiani a ritornare a tramare nell’ombra: nella Repubblica Cisalpina prese vita un’oscura associazione nota come Società dei Raggi, con sede a Bologna e a Milano, la quale, sfruttando una complicata onomastica astrologico-solare, si prefiggeva di combattere i francesi per fondare una repubblica italiana; per quanto non si possa negare una certa derivazione massonica, evidente anche dalla terminologia solare, la Società dei Raggi secondo F.M.Agnoli era “senza giuramenti, senza iniziazioni, senza simboli, senza quelle grottesche cerimonie che costituivano i misteri della setta massonica” . Nonostante fosse arrivata ad assommare 30.000 linee, cioè membri, la Società dei Raggi andò incontro ad una rapida decadenza a causa di divergenze politiche interne seguite alla fondazione della Repubblica Italiana (1802). Ben più duratura fu invece l’esperienza della Carboneria la quale travalicò il confine cronologico del periodo napoleonico per continuare la sua esistenza nell’età della Restaurazione, fino a traghettare l’ideale di unificazione italiana alla generazione che l’avrebbe effettivamente realizzata. Sebbene le origini della carboneria siano sostanzialmente arcane non pare possibile dubitare dell’evidente derivazione massonica di tale organizzazione; questo è peraltro confermato dallo storico massone Giuseppe La Farina che ne parla nella sua Storia d’Italia (1851), come “figliuola della framassoneria” mentre un rapporto della polizia austriaca del 1820 la cita come “ società […] semi-massonica, e popolare, composta cioè nella maggior parte da popolo minuto” . Anche Pio VII, condannando la Carboneria al pari della Massoneria con la bolla “Ecclesiam a Iesu Christo” (1821), non sembra trovare distinzioni di sorta tra le due società anzi affermò chiaramente come “i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle Costituzioni di Clemente XII e Benedetto XIV”, cioè le due precedenti condanne della Massoneria.

Proprio dalla carboneria all’inizio dell’800 fuoriuscirono alcuni documenti che possono lasciare intendere come l’opera di unificazione italiana non fosse una generosa esplosione di un presunto sentimento nazionale, ma il simulacro dietro cui nascondere i reali obbiettivi massonici: la distruzione della Chiesa e della società cristiana. Questi documenti sono un epistolario e la cosiddetta Istruzione permanente ; nella lettera dell’11 giugno 1829 Felice scrive a Nubio (nomi di battaglia dei due carbonari): “L’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principi. Sono palloni vuoti”. Quale sarebbe ordunque il vero scopo della carboneria e del progettato moto di liberazione italiana? Ci risponde l’Istruzione permanente: “Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo […] Noi abbiamo intrapreso la fabbrica della corruzione alla grande. Questa corruzione deve condurci al seppellimento della Chiesa Cattolica”. C’è altro da aggiungere?



Davide Canavesi
tratto da: "Il Cinghiale corazzato", numero 24, luglio-agosto 2008

domenica 20 luglio 2008

Ieri Notte Gialla a Cuneo:





Il concerto di ANTONELLO VENDITTI l'evento principale:









alcune foto della mia laurea:



venerdì 18 luglio 2008

Spreconi.it

Assolutamente da visitare il sito, curato da L'Espresso, www.spreconi.it. Una sorta di blog dove vengono evidenziate le spese più stravaganti dei nostri amministratori pubblici; di pochi giorni fa è l'articolo dedicato proprio al nostro Presidente ligure Claudio Burlando: http://www.spreconi.it/2008/07/blu-come-burlan.html

Attento Carroccio. Sul federalismo contano solo i fatti

Il presidente degli imprenditori padovani invoca riforme serie o “la nostra sarà secessione di fatto”. Sulla stessa considerazione Riccardo Illy ha addirittura scritto un libro titolandolo “Così perdiamo il Nord”, tanto per farlo capire anche a quelli che dei libri si fermano ai titoli. Qualcuno - per tranquillizzarsi - fa finta di credere che il soggetto della frase sia la sinistra, riducendo il tutto alla facile profezia di una batosta elettorale puntualmente arrivata. Analogo è il ragionamento di Marco Alfieri che quasi si rifugia dietro a un mantra antropologico: “Nord terra ostile”. A sinistra è tutto un nebbiogeno federalista: il Pd piemontese manda in giro un volantino, rigorosamente verde, pieno di lamentele per come il governo tratta il Nord. Ancora il Nord! I governatori delle maggiori regioni padane giocano a scavalchino per farsi vedere il più federalista di tutti. É un coro bypartisan che invoca autonomia e minaccia sfracelli: non nel senso che li faranno loro, ma che succederanno se non verranno ascoltati. Non chiedono di aprire le celle ma di metterci dentro una televisione più grossa per tenere buoni i galeotti.
É un cicaleccio di federalismo, autonomia, Statuti speciali: sembra di essere al compianto Parlamento di Mantova. La sola che non partecipa al festival è proprio la Lega, che invece dovrebbe dirigere il coro. Per serietà? No, per astinenza da idee.
Cacciato tanto tempo fa Miglio e messi all’indice i suoi libri, disdetto anche l’abbonamento ai Quaderni Padani, a via Bellerio, stipata di delfini, non sanno che pesci prendere.
Si rendono perfettamente conto che questa volta si deve portare a casa qualcosa di concreto, non solo incarichi, belle parole e cadreghe. Ma cosa?
La base incalza e vuole risultati: in 20 anni di slogan e mobilitazioni non si è acchiappato nulla, nisba, nagòtt. Anzi ha dovuto digerire diluvi di rigurgiti patriottici, leggi sul tricolore, rifinanziamenti a Roma capitale, l’interesse nazionale, la rumenta napoletana, i fatti propri del Berlusca, la solidarietà agli strolighi, il “contrordine compagni” sull’Europa dei burocrati e adesso - sembra - anche il ritorno dell’immunità parlamentare.
I militanti sono nervosi. Come se non bastasse, ci sono le punture di zanzara dei cuginetti concorrenti: il PNE, che ha fatto passare nel Consiglio regionale la mozione sull’autonomia veneta, Lombardia Autonoma che al Consiglio provinciale di Sondrio si è vista respingere una identica proposta proprio dalla maggioranza leghista con la motivazione che avrebbe spaccato l’unità nazionale. Roba che qualche anno fa li avrebbero espulsi caricandoli di sterco.
I militanti sono sempre più nervosi. Gli si dice che devono digerire tutto in cambio del federalismo fiscale, vera araba fenice. La riforma è lontana. In una delle intercettazioni pubblicate, Berlusconi con la sua abituale franchezza associa al federalismo l’organo genitale maschile. Non quello femminile, che avrebbe rovesciato il significato del giudizio e giustificato l’aggettivo hard della telefonata. Di federalismo tutti parlano ma nessuno – dirigenza leghista compresa – vuole davvero affrontare lo scabroso argomento: una riforma vera e non di facciata farebbe saltare gli ambigui equilibrismi su cui si basa l’assetto dello Stato e costringerebbe un sacco di furbastri che “vivono di Italia” a cercarsi finalmente un lavoro. Farebbe il bene di tutta la penisola ma non il loro: per questo non si farà mai.
Il tempo passa e la base leghista vuole vedere qualcosa di federalista, vuole “sentirsi dire qualcosa di leghista”. Sono anni che non sente più niente di leghista. È stanca di slogan e di promesse. Vuole fatti. Per oggi magari qualcuno se ne resta tranquillo per la vittoria della nazionale padana in Lapponia. Ma domani?
Gilberto Oneto
Tratto da Libero

mercoledì 16 luglio 2008

Il partito del cemento: interventi di Ferruccio Sansa e Marco Preve



domenica 13 luglio 2008

Il Partito del Cemento


Presentazione del libro "Il Partito del Cemento", mercoledì 16 luglio presso la Sala Rossa del Comune di Savona, alle ore 21. Il libro è scritto da Marco Preve e Ferruccio Sansa, con prefazione di Marco Travaglio; presenti per l'occasione i due autori liguri. All'interno del volume è possibile trovare numerosi interventi relativi alla realtà ligure e savonese, in particolare.

La Casta vince sempre: a nominare i dirigenti sono ancora i partiti

Bocciata la proposta di attribuire incarichi per merito. E tra i consiglieri si fa a gara a chi bigia più l’aula


MILANO, 04/07/2008 - Sulla stanza dei bottoni rimane sempre il simbolo di un partito. Non ce n’è. Anche quando si può cambiare e dare uno scossone alla Casta, alla fine la politica sceglie di replicare se stessa e i suoi vecchi vizi. Anche se i cittadini li hanno a nausea. E’ così che ieri a palazzo Marino si è persa un’occasione storica per cambiare qualcosa, per dare un segnale.



Sul tavolo c’era una mozione che chiedeva “Basta nomine in quota ai partiti” per le società e gli enti controllati dal Comune. Gli incarichi sarebbero avvenuti solo sulla base di criteri di merito. Al momento del voto la mozione, presentata dal consigliere de La Destra, Giancarlo Pagliarini (in foto), è stata clamorosamente bocciata. Ha avuto 15 voti a favore dell'opposizione e 30 voti contrari della maggioranza, con 3 astenuti (Enrico Fedrighini dei Verdi, Francesco Rizzati del Pdci, Carmela Rozza del Pd). Un pessimo segnale. Unica consolazione: passa una mozione per mettere in rete stipendi di consulenti e dirigenti. Ma è poca cosa, sono pubblici per legge.



CHI GIOCA A NASCONDINO

 Non è tutto. La beffa è doppia. Li abbiamo votati, sostenuti o contestati. Da due anni sono lì, sulle poltrone rosse del Comune. Se abbiano lavorato bene o male ognuno giudicherà per sé. Ma da ieri, tutti possono vedere se e quanto i consiglieri sono stati presenti nei momenti che contano, ovvero quando il consiglio è impegnato a votare provvedimenti. Così, sempre nella giornata di ieri, è uscita anche una sorta di mappa del fattore “f” a palazzo Marino. Chi sono i fannulloni? Quali i presenzialisti? La presidenza del Consiglio ha elaborato e fornito i dati sulle presenze alle votazioni nei primi 2 anni di mandato, dal 23 giugno 2006 - 30 giugno 2008).



I CAMPIONI DELL’AULA

 E' il presidente Manfredi Palmeri il più presente. Secondo una lista fornita dallo stesso Palmeri ai consiglieri, il presidente ed esponente di Forza Italia ha partecipato a tutte le votazioni in aula, 1095. Al secondo posto c'è un altro azzurro, Gianfranco Baldassare, con una presenza del 98,17% (1075 votazioni) e al terzo Pasquale Salvatore, dell'Udc, con una presenza del 97,53% (1068 votazioni). I più assenti), oltre a Silvio Berlusconi (fino al 22 maggio scorso) e Moni Ovadia (fino al 10 luglio 2006) sono Matteo Salvini, capogruppo della Lega Nord, con il 26,58% delle presenze (291 votazioni) e Giovanni Bozzetti, di Alleanza Nazionale, con il 28,86 per cento (316 votazioni). Nella colonna a fianco sono riportate tutte le presenze.



120 EURO PER SEDUTA

 Vale la pena però ricordare che in questi due anni proprio il tema del trattamento economico e del numero di consiglieri è stato oggetto di dibattito. Una stagione intera di polemiche culminata, nel punto più alto, con la riduzione parziale delle auto blu. Nulla da fare, invece, per la contrazione del numero di consiglieri. Resta invece quel dato su cui riflettere che riguarda il trattamento economico. Perché il Comune funziona come un juke boxe: più dischi si ascoltano e più monete ci devi versare dentro. E proprio di gettoni di presenza si tratta: 120, 85 euro a seduta fino a un massimo di 3.021,25 euro. Si capisce bene che da questo punto di vista il campione presenzialista è quello che costa di più. Torna a splendere, per contro, l’ultimo in classifica: se si presenta solo quando reputa necessario votare, taglia il suo costo per i cittadini.



I PRIVILEGI

 Ma più del gettone può il benefit, come avviene per i grandi manager. Nessuna multa per le corsie preferenziali, rimborsi taxi, cellulare e computer portatile in dotazione. Calcio gratis in tribuna d’onore grazie a due biglietti omaggio per ogni partita di Inter e Milan. Corsi di aggiornamento sempre regolarmente a carico dei cittadini. Anche manifesti e stampe utili all’attività di partito o del singolo consigliere sono rimborsate. Capitolo dolente quello delle missioni in Italia o all’estero così come i viaggi per gli incontri dell’Associazione nazionale dei Comuni.



Tutta roba che viene pagata da un fondo da 150 mila euro da cui si attinge a piene mani. Ogni anno, infatti, viene puntualmente rintuzzato. Poi restano le piccole e curiose regalie concesse come il caffé della bouvette a 0,20 centesimi o una spremuta a 0,40 quando nei dintorni di palazzo Marino il cittadino comune li paga dieci volte tanto. E ancora: abbonamento Atm scontato del 30%


Fonte: CronacaQui Milano

sabato 12 luglio 2008

Lettera a una Lega mai nata

Un leghista della prima ora scrive così a Beppe Grillo:



"Gentile Beppe Grillo, le invio questa lettera aperta per Umberto Bossi, se lei la pubblica probabilmente Bossi la leggerà. Grazie in anticipo." Dante.



Umberto,

mi permetto di darti del tu, ti ho seguito dal 1987 da quando disegnavi le galline per i manifesti di Roma Ladrona, oggi sei scappato di casa, ma io comunque ti aspetto. La porta è aperta. Non ti voto più da quando sei andato con Berlusconi, quello che chiamavi il mafioso di Arcore e allora, se ricordi, tutta la base era d’accordo con te. Non so perché lo hai fatto, non credo per i soldi, per i miliardi che avrebbe usato per comprarti e non credo neanche che tu abbia avuto paura di minacce di morte per te e per la tua famiglia da parte della mafia. Sono cose che si dicono. Sono convinto che abbiano cercato di comprarti e di intimidirti, ma per me tu non sei uno in vendita e hai sempre avuto un certo coraggio.

Io credo che tu abbia abbandonato la Lega delle origini per motivi tattici, per arrivare più presto al federalismo e per questo hai fatto un patto con il diavolo, con chi rappresenta l’esatto contrario della Lega, l’uomo di Dell’Utri e di Licio Gelli, il figlio di Bettino Craxi, l’erede di quell’Andreotti che abbiamo mandato a fanculo nel prato di Pontida in quarantamila quando al vaffanculo Beppe Grillo non ci pensava ancora. Il vaffanculo lo ha inventato la Lega, lo hai inventato tu.

Io penso che Berlusconi, scusa il termine, abbia fottuto te e la Lega e abbia incassato solo lui. Gli hai regalato cinque anni di governo senza cavare un ragno dal buco. Mentre lui ha fatto le leggi per sé, la Lega non ha ottenuto niente, meno di zero. Adesso hai promesso che porterai a casa il federalismo fiscale, se lo otterrai avrai avuto ragione tu. Ma non te lo faranno fare. Non possono chiudere per fallimento il Centro Sud che vive delle tasse della produzione del Nord, ci sarebbe la rivoluzione in Sicilia, in Calabria, in Campania dove le uniche imprese importanti sono la Regione, le province e i comuni. Morirebbero di fame. Il federalismo fiscale avrebbe come conseguenze la rivoluzione e la secessione. Tu lo sai benissimo, e lo sanno anche loro.

Da quando sei con Berlusconi la base ha dovuto ingoiare dei rospi, ma in questa legislatura sono rospi giganti: i sussidi pubblici all’Alitalia, il Ponte di Messina, la spazzatura di Napoli portata al Nord. In tre mesi avete discusso solo di leggi per evitare i processi a Berlusconi, la sicurezza dei cittadini della campagna elettorale è stata sacrificata all’impunità di Berlusconi. I rom c’erano prima e ci sono adesso. I clandestini sbarcavano prima e ora pure. L’unica tassa che rimaneva ai comuni del Nord, l’ICI, è stata cancellata. Le imprese del Nord chiudono, la Lega lo sa bene, per la pressione fiscale, gli anticipi dell’IVA mai rimborsati, l’IRAP e per le mille rotture di balle della burocrazia italiana.

Le nostre aziende chiudono, Umberto, e tu passi il tempo a parare il culo a Berlusconi sperando nel federalismo. Una volta che Berlusconi avrà sistemato i suoi problemi giudiziari potrai scordarti il federalismo fiscale. Spero (lo spero veramente) di sbagliarmi, ma ti troverai con un pugno di mosche in mano e il movimento sfasciato. Se alzerai la voce, Berlusconi ti scaricherà e imbarcherà Veltroni o Casini o tutti e due. E tratterà te e la Lega sulle sue televisioni come oggi tratta Di Pietro.

Mi ricordo una volta nell’Oltrepò Pavese eravamo in trenta ad ascoltarti, parlasti per quelle poche persone per ben due ore. Ci spiegasti come la Chiesa intimidiva i liberi pensatori e come bruciava gli eretici. Sabina Guzzanti avrebbe preso appunti, al tuo posto rimane un’educanda. Non è mai troppo tardi per ritornare indietro da una strada sbagliata.” Dante

giovedì 10 luglio 2008

Index of economic freedom


Italy's economy is 62.5 percent free, according to our 2008 assessment, which makes it the world's 64th freest economy. Its overall score is 0.2 percentage point lower than last year. Italy is ranked 29th out of 41 countries in the European region, and its overall score is not improving as quickly as it might because of deeper reforms implemented in neighboring countries.Italy scores highly in business freedom, trade freedom, investment freedom, and labor freedom when compared to the world average. Starting a business takes about 13 days, which is far below the world average. The tariff rate is low, although an inefficient bureaucracy implements some non-tariff barriers that also deter foreign investment. As a member of the EU, Italy has a standardized monetary policy that yields relatively low inflation despite government distortion in the agricultural sector.

Property rights and freedom from corruption are relatively weak compared to other European states. Italy scores below the world average and is exceptionally weak in fiscal freedom and government size because of having to support an extensive welfare state. Tax revenues equal 40 percent of GDP, and government expenditures equal nearly half of GDP.

Background:

Italy has been a central force in European integration ever since the end of World War II. It also is a member of NATO and the G-8. Despite having one of the world's largest economies, Italy faces serious economic challenges, including a high tax burden, large pension liabilities, and labor market rigidities. However, the center-left government of Romano Prodi continues to face tough opposition to structural reform from labor unions. Despite strong international competition from emerging Asian economies, small and medium-sized enterprises continue to thrive in manufacturing and high design, particularly in the country's northern regions. Tourism and services are among the most important sectors.





Business Freedom - 76.8%


The overall freedom to start, operate, and close a business is relatively well protected by Italy's regulatory environment. The government has streamlined bureaucratic procedures. Starting a business takes an average of 13 days, compared to the world average of 43 days. Obtaining a business license requires less than the world average of 19 procedures and slightly more than the world average of 234 days. Closing a business is relatively easy.


Trade Freedom - 81%


Italy's trade policy is the same as those of other members of the European Union. The common EU weighted average tariff rate was 2 percent in 2005. Non-tariff barriers reflected in EU policy include multiple restrictions. Pharmaceutical and biotechnology regulations are restrictive, government procurement is non-transparent and prone to corruption, service market access barriers can exceed the EU norm, and enforcement of intellectual property is weak. An additional 15 percentage points is deducted from Italy's trade freedom score to account for non-tariff barriers.



Fiscal Freedom - 54.3%


Italy has high tax rates. The top income tax rate is 43 percent, and the top corporate tax rate is 33 percent. Other taxes include a value-added tax (VAT), a tax on interest, and an advertising tax. In the most recent year, overall tax revenue as a percentage of GDP was 40.4 percent.



Freedom from Government - 29.4%


Total government expenditures, including consumption and transfer payments, are very high. In the most recent year, government spending equaled 48.5 percent of GDP. Reducing the budget deficit and public debt (still equivalent to over 100 percent of GDP) is a priority, but progress has been sluggish.



Monetary Freedom - 80.6%


Italy is a member of the euro zone. Inflation is relatively low, averaging 2.2 percent between 2004 and 2006. Relatively stable prices explain most of the monetary freedom score. As a participant in the EU's Common Agricultural Policy, the government subsidizes agricultural production, distorting agricultural prices. It also can introduce price controls. Items subject to rate setting at the national level include drinking water, electricity, gas, highway tolls, prescription drugs reimbursed by the national health service, telecommunications, and domestic travel. An additional 10 percentage points is deducted from Italy's monetary freedom score to account for policies that distort domestic prices.



Investment Freedom - 70%


Italy welcomes foreign investment, but the government can veto acquisitions involving foreign investors. Since the election of Romano Prodi in 2006, certain investments in large Italian companies have been blocked. Foreign investment is closely regulated in defense, aircraft manufacturing, petroleum exploration and development, domestic airlines, and shipping. The Sviluppo Italia agency is trying to attract investment with incentive packages. Bureaucracy, inadequate infrastructure, legislative complexity, and a rigid labor market are major disincentives. Foreigners may not buy land along the border. There are no barriers to repatriation of profits, transfers, payments, or current transfers.



Financial Freedom - 60%


Credit is allocated on market terms, and foreign participation is welcome. Only three major financial institutions (Cassa Depositi e Prestiti, Bancoposta, and the sports bank Instiuto per il Credito Sportivo) remain state-controlled. There were 784 banks at the end of 2005, down from over 1,150 in the early 1990s. The six largest banks account for over 54.6 percent of assets, though the market is less concentrated than elsewhere in Europe. Regulations and prohibitions can be burdensome, and approval is needed to gain control of a financial institution. Legislation to improve the regulatory environment was passed in late 2005. Italy has the EU's fourth-largest insurance market. The government is taking steps to reform underdeveloped capital markets.



Property Rights - 50%


Property rights and contracts are secure, but judicial procedures are is extremely slow, and many companies choose to settle out of court. Many judges are politically oriented. Enforcement of intellectual property rights falls below the standards of other developed Western European countries.



Freedom from Corruption - 49%


Corruption is perceived as present. Italy ranks 45th out of 163 countries in Transparency International's Corruption Perceptions Index for 2006. Corruption is more common than in other European countries. Italians regard investment-related sectors as corrupt.





Labor Freedom - 73.5%



Relatively flexible employment regulations could be further improved to enhance employment opportunities and productivity growth. The non-salary cost of employing a worker is very high, but dismissing a redundant employee can be costless. Rules on the number of work hours are relatively rigid.

mercoledì 9 luglio 2008

da oggi... Dottore!

Mi scuso per non aver potuto aggiornare frequentemente il blog in questo ultimo periodo ma ero impegnato nella mia tesi. Lunedì mi sono laureato in Amministrazione, Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. Ho presentato la tesi in Storia delle Dottrine Politiche, dal titolo "Nazione ed Europa nel federalismo di Carlo Cattaneo". Ringrazio tutti, dal mio relatore, l'aiuto relatore, i professori del Corso di Aogr, la mia famiglia, la mia ragazza, gli amici e tutti quelli che mi leggono anche qui sul blog. Un salutone!

Mozione per Regione a Statuto Speciale.

"Cresce la voglia di autonomia nel Nord del Paese. Dallo scorso 24 giugno il partito 'Fronte Lombardia' ha presentato formalmente nelle istituzioni locali, dove siede con i propri consiglieri, la mozione per l'ingresso della Lombardia nelle regioni a statuto speciale". Lo scrive l'associazione 'Obiettivo Bord-Ovest', che ha molti simpatizzanti anche nell'imperiese.



"Nel frattempo i consiglieri regionali di 'Progetto Nordest' Mariangelo Foggiato e Diego Cancian - prosegue l'associazione - hanno rispolverato il progetto di legge di iniziativa statale che chiedeva una modifica della Costituzione in modo da far diventare il Veneto la sesta regione a statuto speciale. Un testo analogo, sempre presentato dai due esponenti del PNE, fu approvato dall'assemblea regionale veneta il 18 ottobre 2006 con 33 voti a favore e 11 voti contrari, ma decadde con la chiusura anticipata della XV legislatura nazionale. La proposta chiedeva di modificare gli articoli 116 e 119 della Costituzione in modo da aggiungere il Veneto all'elenco delle regioni a statuto speciale: Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste".



Il movimento 'Obiettivo Nord Ovest' ritiene necessario, oggi più che mai, riprendere ed accelerare quel percorso intrapreso lo scorso anno dai presidenti di regione Mercedes Bresso e Claudio Burlando, per l’ottenimento di uno statuto autonomo sul modello sud tirolese anche per Liguria e Piemonte: "Per il raggiungimento di tal fine - terminano i responsaibli dell'associazione - invitiamo tutti i consiglieri, indipendentemente dal colore politico, a fare propria la mozione per un progetto di legge di modifica dell’art.116 della Costituzione, affinché vengano inserite, nelle regioni a statuto speciale, la Liguria e il Piemonte. Lo statuto speciale è oggi indispensabile per non perdere competitività sui mercati internazionali, per rilanciare la nostra economia e, conseguentemente, il settore occupazionale, per progettare ulteriori e più funzionali piani di sviluppo, per migliorare le infrastrutture, per un giusto ed equo rapporto tra entrate tributarie e servizi erogati alla collettività e per ottenere un'amministrazione più efficiente grazie alla conseguente diminuzione della burocrazia. Inoltre le due regioni godono di requisiti storici, culturali, linguistici e geografici che le distinguono rispetto al resto del Paese. Auspichiamo quindi una convergenza di tutti i gruppi politici verso un progetto che difende gli interessi di ogni cittadino ligure e piemontese!"



Il testo della mozione è presente sul sito www.obiettivonordovest.org. Su www.firmiamo.it/obiettivonordovest si può inoltre firmare la petizione on line e inserire un proprio commento.

 

tratto da SanremoNews 

lunedì 9 giugno 2008

Intervista ad ALFREDO BIONDI: Sviluppare un programma liberale moderno

di Paolo Di Muccio
In un’intervista sul Giornale di qualche giorno fa, Lei ha rivelato di essere stato escluso dal Parlamento per il Suo eccessivo attivismo su temi sensibili come le coppie di fatto. Del resto, si sa, Berlusconi non ama chi esprime opinioni autonome. E infatti tutti i liberali scomodi sono stati in certa misura “trombati” dal Principe. L’Italia liberale dovrebbe sentirsi delusa da Berlusconi?
La domanda è formulata in maniera provocatoria. Io invece cercherò di rispondere in termini obiettivi. Non so quanto autonomamente abbia lavorato chi ha fatto le candidature, ma non penso di essere stato oggetto di un veto diretto di Berlusconi. E non mi sono espresso tanto a favore delle coppie di fatto, quanto a favore di un modo civile di risolvere il problema delle convivenze. La mia soluzione, apprezzata dallo stesso Berlusconi, è stata forse ritenuta un po’ troppo liberale all’interno di Forza Italia. Allo stesso modo può aver dato fastidio il mio sostegno voltairiano alla lista di Giuliano Ferrara. Penso comunque che la mia esclusione sia stata determinata da una valutazione di carattere complessivo. Sono un amico leale, ma ho un carattere gobettiamo: è sua la frase “Ma cosa ho da spartire con i servi”. E poi è stato facile servirsi del paravento dell’età: al grido “largo ai giovani” si è trovato il posto per quelli di mezza età...

Lei, fra tutti i liberali della vecchia guardia, è probabilmente il più popolare e sicuramente il più arguto e autoironico. Ha reagito alla Sua “trombatura” con grande signorilità. Ha perfino ammesso di non riuscire a smettere completamente di credere alle promesse di Berlusconi, che ora La blandisce con la garanzia di un posto in Corte Costituzionale. Antonio Martino, invece, commette spesso un peccato alquanto grave per un liberale anglofilo: prendersi troppo sul serio. Escluso dal Governo, ha strepitato come un principino. Ora invece tace rigorosamente. Cosa gli ha promesso Berlusconi?
Guardi, i “trombati” sono quelli che si presentano e non vengono eletti. Io sono semplicemente stato escluso dalla Camera dei Nominati... più che dei Deputati! Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, non si può negare che io abbia ricevuto il maggior numero di voti all’ultima votazione. È altrettanto vera la promessa di Berlusconi e di Bondi. Ogni promessa è debito per un galantuomo, ma un uomo di stato ha anche altri doveri da assolvere, restando galantuomo nel privato. Non penso che Martino sia inattivo perché Berlusconi gli ha promesso qualcosa. Penso piuttosto che alle sue grandi doti accademiche e politiche l’ex-ministro della Difesa associ a volte un orgoglio, apprezzabile di questi tempi!

Al convegno di Montesilvano della Parte Liberale del Pdl (associazione fondata da Diaconale, Giacalone e Taradash che si propone di aggregare tutti i liberali del Pdl) Lei ha detto di voler contribuire a lanciare, in autunno, una nuova costituente liberale. Bisogna però ammettere che i precedenti tentativi di aggregazione sono miseramente falliti. Quali ne sono, secondo Lei, i motivi, e perché pensa che questa possa essere la volta buona nonostante i pareri negativi di Daniele Capezzone e Benedetto Della Vedova?
Sotto elezioni c’è una certa resistenza a definirsi “liberali e basta” o, come direbbe Martino, “semplicemente liberali”. C’è chi preferisce intrupparsi. Inoltre è difficile aggregare chi crede nel principio dell’autonomia individuale. Detto questo, non sono d’accordo con Capezzone e Della Vedova: penso che in un grande partito come il Pdl ci sia l’esigenza di una posizione liberale dichiarata, basata su dei princìpi fermi. E non mi riferisco ad una corrente, ma ad un’area. Sono ancora presidente del consiglio nazionale di FI e auspico che, quando verrà riunito, i liberali si facciano vivi, compreso lo stesso Martino. Nel frattempo sto collaborando ad organizzare una serie di iniziative liberali sul territorio del nord-ovest insieme a Raffaele Costa e ad Enrico Musso. Partiamo il 28 giugno con due convegni gemellati, uno a Cuneo sul tema “Liberali nel Popolo della Libertà” e l’altro a Genova sulle pratiche commerciali delle Coop rosse in Liguria (ora meno rossa).

Altra questione è quella del rapporto tra militanza e rappresentanza liberale nel centro-destra. In molti si sentono lasciati soli, o addirittura snobbati, dai politici di riferimento. Proprio per organizzare questa militanza, la Parte Liberale e il sito Neolib.eu hanno avviato in questi giorni, tramite Internet, un censimento di tutti i militanti liberali del centrodestra. La reazione è stata impressionante. Insomma il popolo liberale vi sta chiamando... voi risponderete?
Io credo di essere stato sempre presente. E continuerò ad esserlo. Risponderò insomma a tutte le chiamate... ripeto però: non ci deve essere una corrente, ma un’area liberale in cui si possa formare un’opinione di riferimento nel Pdl per un programma liberale moderno, illuminato dal grande ideale della libertà.

fonte: L'Opinione delle Libertà

Giovani Veneti

Online il nuovo sito www.giovani-veneti.org
Dal 9 maggio 2008 è online il nuovo sito del movimento Giovani Veneti. Con questa data particolare, a 11 anni dalla liberazione di piazza San Marco, abbiamo voluto legarci idealmente a quello che è stato il momento di svolta di questo processo di liberazione delle Terre e del Popolo Veneto.

Il nuovo sito, oltre ad una grafica nuova ed accattivante, implementa e facilita la gestione dei contenuti, permettendo di scaricare immagini, file, banner e sfondi; consente anche una più semplice consultazione dei comunicati, e a breve sarà attiva anche la sezione iniziative.
E' cambiato anche l'indirizzo così da avere più spazio per i contenuti e più libertà. Il vecchio indirizzo punterà in automatico a quello nuovo, ma consigliamo comunque di collegarsi direttamente al nuovo sito www.giovani-veneti.org .

Per San Marco,
Movimento Giovani Veneti

sabato 7 giugno 2008

No TAV: appuntamenti di giugno

"COMPRA UN POSTO IN PRIMA FILA"- Atto 2°
Appuntamento per la firma dell'atto di acquisto DOMENICA 15 GIUGNO al Presidio di Venaus


Torino: Martedì 10 Giugno, alle 21,
al cinema Baretti (via Baretti 4, zona S: Salvario)
ci sarà la proiezione del nuovo documentario "Il vento che fermò il treno", realizzato da Ambientevalsusa e prodotto da Pro Natura. INGRESSO LIBERO
qui di seguito è possibile visionarne il trailler:


No TAV: l'intervento di Marco Travaglio

venerdì 6 giugno 2008

Federalismo e identità: così la Catalogna fa la fortuna della Spagna

di Gilberto Oneto
La prima volta che sono andato in Spagna era agli inizi degli anni Sessanta quando ci volevano il visto e una buona dose di spirito dell’avventura. Da allora ci sono tornato tante volte da turista e ne ho registrato i cambiamenti.
Le scorse settimane ci sono andato proprio con lo scopo di infliggermi il doloroso compito di capire perchè lì il mondo sia andato avanti e da noi sia rimasto fermo. L’ho fatto scegliendo la Catalogna per trovare la massima analogia con la nostra realtà. Come la Padania è divisa in 8 regioni amministrative, il Paese catalano lo è in tre Comunità (la Catalogna propriamente detta, Valencia e le Baleari) e un pezzo di Aragona, in uno Stato indipendente (Andorra), un porzione di Francia (il Rossiglione) e un angolo di Sardegna (Alghero). Le similitudini sono tante: la Generalitat (Barcellona) ha circa la metà di tutta la popolazione catalana, la Lombardia un terzo di quella padana; entrambe le aree sono le più progredite, ricche ma anche intasate di immigrati dei due paesi.
40 anni fa la Spagna – Catalogna compresa - era un paese arretrato e povero: le sue strade erano oggetto di sarcasmo per tutta Europa, aveva ferrovie da Far West e le sole automobili locali erano poche migliaia di Seat 600 e alcuni ridicoli “minicoches” Biscuter o PTV, oggi oggetto di collezionismo come le Trabant. L’Italia (la Padania) era invece il quinto produttore di auto e si stava dotando della più efficace rete autostradale del continente. Tutto il resto seguiva lo stesso trend.
Oggi tutto è rovesciato. La Catalogna è stipata di Suv e di autostrade, e le strade ordinarie sono una meraviglia. L’intera regione è collegata con linee ferroviarie con caratteristiche (frequenza, puntualità, capacità) di metropolitane: il solo segno di “famigliarità” che possiamo cogliere sono i graffiti. Le linee metro di Barcellona sono il doppio di quelle di Milano. Il paese è pulitissimo, con sistemi di raccolta differenziata efficienti: soprattutto i centri minori fanno invidia agli svizzeri: le spiagge vengono “scopate” tutte le mattine e una deiezione canina fuori posto costa fino a 750 Euro.
Gli immigrati sono tanti ma non ci sono cinesi che espongono merce sui marciapiedi o zingari palesemente interessati alle altrui proprietà. I ristoranti espongono i prezzi, tutto costa meno e i casellanti dicono grazie e salutano.
Ma è soprattutto l’aspetto identitario a lasciare meravigliati e frustrati. La toponomastica è locale, simboli e bandiere catalane imperversano. La lingua è ovunque: in Padania la Repubblica riconosce solo qualche blando diritto al friulano. Sulla Rambla di Barcellona la Generalitat ha aperto una libreria in cui si trova tutto ciò che è catalano e catalanista, dai volumi d’arte ai manifesti, dai libri di storia fino a pubblicazioni decisamente indipendentiste. Come se la Regione Lombardia in Galleria vendesse i Quaderni Padani.
Tutto questo è frutto dell’autonomia e delle enormi risorse che la Catalogna si trattiene senza darle a Madrid. Ma è soprattutto il risultato del cuore e delle idee, della voglia di “fisicizzare” la libertà e l’identità. Del sentirsi catalani nella cultura prima ancora che nel portafoglio.
I soldi sono fondamentali ma occorre gestirli con intelligenza.
Al porto di Barcellona – pulito e ordinato – a ricevere i traghetti ci sono due poliziotti e due Guardia Civil. A Genova salgono a bordo 4 agenti a controllare i documenti (il traghetto parte da Tangeri ed è normale), all’uscita ce ne sono altri 4 o 5 e altrettanti finanzieri. Non è finita: poco più in là fra cartacce, furgoni mal posteggiati e anche un carrello di supermercato, staziona una dozzina di agenti in borghese che fermano tutti per chiedere da dove si arriva, cosa si è andati a fare e dove si va. Lo fanno senza altro segno di riconoscimento che la mitica paletta (icona dell’italico potere), sicuramente a fin di bene e per scoraggiare ingressi clandestini, ma anche alla faccia dell’efficienza (più di una ventina di agenti contro 4), di Schengen, dei diritti costituzionali e della buona educazione. Ecco la differenza con la Catalogna.
Ma coraggio: sugli edifici più alti del porto di Genova sventola la Croce di San Giorgio. Prendiamolo come segno di buon auspicio e di speranza.

Tabacci alla Lega: "non toglie l'Ici, chi vuole il federalismo"

La concorrenza che serve arriva con il federalismo

di Carlo Lottieri
Le posizioni in tema di federalismo fiscale cominciano a definirsi: e dopo la presentazione di un disegno di legge da parte del ministro Umberto Bossi, ora sono le regioni a prendere posizione. Abbiamo così il presidente lombardo Roberto Formigoni che sta sviluppando una sua rete diplomatica (anche in dialogo con il Pd), mentre pure il Sud si rende conto dell'urgenza della questione. In particolare, molto attivo appare Michele Iorio, presidente del Molise, che pur essendo di centro-destra si è detto disponibile a stringere alleanza con colleghi di sinistra al fine di tutelare il Meridione. Se la discussione si sviluppa però in questo modo, riproponendo vecchie contrapposizioni, si rischia di non andare da nessuna parte. Perché se certo è vero che con la riforma federale della finanza pubblica è destinato a diminuire (come è giusto che sia) il flusso di denaro che oggi raggiunge il Mezzogiorno, la questione cruciale è però un'altra.
I trasferimenti vanno ridotti perché - come tutti sanno - hanno fatto soltanto il male del Mezzogiorno. Da decenni Antonio Martino parla del denaro pubblico come di una droga che progressivamente indebolisce il tessuto sociale delle regioni meridionali, impedendo lo sviluppo di un'economia dinamica e basata sull'imprenditoria privata. Al tempo stesso, però, è del tutto ovvio che tale cambiamento avverrà in maniera graduale e che vi sarà un meccanismo perequativo che, almeno all'inizio, aiuterà le regioni più povere. Il punto allora è un altro.

Quello che al Nord e al Sud gli italiani devono comprendere è che il federalismo fiscale è nell'interesse di tutti, perché qui non si tratta tanto di dividere diversamente la torta, ma di farne crescere le dimensioni. Dare potestà fiscale ai comuni e alle regioni, eliminando o comunque fortemente ridimensionando il sistema dei trasferimenti (la cosiddetta finanza derivata), vuol dire introdurre una forte responsabilizzazione delle classi politiche locali, obbligandole a gestire e a spendere meglio il denaro che i loro elettori verseranno nelle casse degli enti locali. È questo un modo fondamentale per ridurre, se non eliminare, sprechi e clientele.

Ma ancor più importante è che si mettano in concorrenza tra loro le regioni e anche i comuni. Solo in questo modo possiamo sperare di avere tasse più basse (perché questo sarà l'esito della concorrenza) e servizi meglio gestiti. Se un paese federale come la Svizzera ha una tassazione molto inferiore della nostra è soprattutto perché spostandosi da un cantone all'altro si cambia il regime fiscale, e siccome si tratta di piccole realtà spostarsi è facile e poco costoso. Vedere nel progetto federalista soltanto una contrapposizione di egoismi rischia di non far cogliere il dato maggiore: e cioè che grazie a tale riforma l'intero Paese può uscire migliorato nel suo insieme, in condizione di avere classi dirigenti più responsabili, e meglio protetto nei diritti dei singoli, così da poter crescere e svilupparsi.

fonte: Il Tempo, 6 giugno 2008

lunedì 2 giugno 2008

humor: Vuoi diventare milanese? Ecco la scuola...

Giacomo Leopardi era leghista?

Naturalmente il titolo è forzato e provocatorio, ma vuole evidenziare come il poeta romantico venne spesso definito uno dei migliori scrittori nazionali, senza mai approfondire ciò che Leopardi pensava della nazione, e dell'Italia nello specifico. Emblematici sono alcuni suoi scritti nello Zibaldone, il suo diario personale, scritto tra il 1817 ed il 1832, e pubblicato nel 1900 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci.
Egli era fortemente ostile al concetto delle macronazioni moderne che si stavano imponendo in gran parte dell’Europa, poiché definiva illegittimo ogni governo o stato, in quanto i cittadini non erano più tali, ma divenivano semplici sudditi. Leopardi non vedeva in questi macrostati delle nazioni o patrie, ma solo governi. Egli rimane ancorato all’idea di nazione del mondo antico, distinta da un carattere aperto e pubblico che favoriva la vita popolare; altresì individua, a partire dal XVII secolo in Francia, la nascita del dispotismo delle nazioni moderne, dove il potere rimaneva nelle mani di poche o, addirittura, di una sola persona.

Ma da che il progresso dell'incivilimento o sia corruzione, e le altre cause che ho tante volte esposte, hanno estinto affatto il popolo e la moltitudine, fatto sparire le nazioni, tolta loro ogni voce, ogni forza, ogni senso di se stesse, e per conseguenza concentrato il potere intierissimamente nel monarca, e messo tutti i sudditi e ciascuno di essi, e tutto quello che loro in qualunque modo appartiene, in piena disposizione del principe; allora e le guerre son divenute più arbitrarie, e le armate immediatamente cresciute. Ed è cosa ben naturale, e non già casuale, ma conseguenza immancabile e diretta della natura delle cose e dell'uomo.[1]

Riguardo alla situazione italiana, Leopardi denunciava una mancanza totale di un principio di aggregazione, a differenza di altri Stati come la Francia o l’Inghilterra, infatti in Italia era possibile rilevare la presenza di un popolo, ma non di una nazione, poiché al suo interno esistevano usanze differenti tra loro, non costumi. Egli rileva quindi la mancanza, fondamentale, di comportamenti uniformi e condivisi da quelli che dovevano essere “cittadini italiani”. L’Italia, per Leopardi, non poteva essere un'unica patria perché non possedeva un'unica capitale, una lingua condivisa o istituzioni comuni.

La Germania ne profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia nella lingua, la quale essenzialmente non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. Certo se v’è nazione in Europa colla cui costituzione politica e morale e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria.[2]

Il poeta, analizzando la situazione italiana, non rilevava un popolo formato da cittadini, ma solamente una mescolanza di individui che vivevano in ambienti diversi; egli infatti evidenzia le problematiche delle regioni meridionali in quanto ad arretratezza civile e diversità etnica, culturale e linguistica rispetto alle regioni settentrionali. Emblematico rimane il suo pensiero sulla civiltà antica e su quella napoletana:

Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’ romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche, sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia).[3]

Danilo Formica

[1] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 905

[2] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. pp. 2064 - 20065

[3] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 4290

mercoledì 28 maggio 2008

"Io, Serenissimo e mai pentito"


A dieci anni dal clamoroso blitz, parla uno dei responsabili che fu poi coinvolto nell’assalto in piazza San Marco a Venezia
«Io, Serenissimo e mai pentito»

Andrea Viviani: «Le interferenze al Tg1? Allora servivano, ma non lo rifarei» Le incursioni audio al telegiornale per ricordare la fine di Venezia

«Le interferenze sul telegiornale? Non le rifarei ma non sono pentito. Nel marzo del 1997, dovevano essere fatte per celebrare il 200. anniversario della fine della Repubblica Veneta». Andrea Viviani, 36 anni, non molla le sue posizioni politiche-autonomiste a dieci anni di distanza da quelle incursioni televisive, culminate poi il 9 maggio del 1997, con l’assalto in piazza San Marco a Venezia. E anche se è cambiato il metodo, ora non più clandestino e fuorilegge, gli ideali restano. E resta ancora più in vita che mai il Veneto Serenissimo governo di cui l’operaio di Colognola ai Colli fa parte da più di 10 anni anche se ora in qualità di vice presidente e cancelliere. «Ma adesso svolgiamo le nostre attività alla luce del sole: inviamo spesso anche i comunicati stampa ai giornali» afferma Andrea Viviani. Smessi i panni degli indipendentisti clandestini, Viviani e soci hanno intrapreso una nuova strada politica, formando un movimento di liberazione che ha lo stesso nome di quegli anni di fuoco: Veneto Serenissimo governo.
Era domenica 23 marzo 1997 quando Andrea Viviani, insieme ad altri cinque componenti del Veneto Serenissimo governo, tra i quali l’altro veronese Luca Peroni, il lodigiano Luigi Faccia e il padovano Antonio Barison salirono sul monte San Briccio per compiere il primo «attacco» scaligero sulle onde che stavano trasmettendo il Tg 1 delle 20. «Io svolgevo le funzioni di palo, controllavo che non arrivasse nessuno», racconta Andrea Viviani, «mentre chi svolse le interferenze con le antenne sul Tg1 furono Faccia e Barison».
Che atmosfera regnava nel vostro gruppo?
«Eravamo molto soddisfatti, soprattutto, dopo l’incursione al Tg1 del 17 marzo a Venezia. Avevamo tentato più volte senza, però, mai raggiungere lo scopo. Da quel giorno le cose sono cambiate visto anche le clamorose reazioni su giornali e tivù che suscitarono le nostre iniziative».
Qual era lo scopo di quegli atti dimostrativi?
«Volevamo divulgare i nostri ideali in occasione del duecentesimno anniversario della fine della Repubblica Veneta. Volevamo preparare il popolo della nostra regione all’evento del 9 maggio (l’assalto in piazza San Marco ndr).
Non ritiene che fu un gesto troppo grave e inquietante per ricordare quei fatti di duecento anni prima? Avete usato anche un tanko e le armi.
«Le ripeto: non lo rifarei ma non sono pentito. D’altro canto, dovevamo reagire all’ingiustizia subita nel 1866».
A cosa si riferisce?
«Il Veneto in quell’anno è stato occupato militarmente con la forza dello Stato».
Ma ci fu anche un plebiscito che sancì la volontà del popolo veneto ad unirsi all’Italia.
«In quella votazione, chi optava per il no, veniva schedato e, infatti, ci furono solo 69 schede contrarie all’annessione sulle 694mila depositate nelle urne. Si trattò di un plebiscito illegale».
Lei fu arrestato subito dopo l’assalto a San Marco il 9 maggio 1997. Quanto rimase in carcere?
«Restai per due mesi, poi tornai in cella nel marzo del ’99 e ne uscii definitivamente nel settembre di quello stesso anno».
Che ricordo ha del periodo trascorso in carcere?
«Ho letto molto e avevo come compagno di cella il mio amico Luca Peroni con il quale ci siamo sempre trovati bene».
Lei non ritiene di aver rischiato parecchio in quelle azioni indipendentiste?
«Ma c’era qualcuno che dall’alto mi ha sempre protetto».
A chi si riferisce?
«A San Marco, ovviamente».

fonte:
"L'Arena" del 26 marzo 2007

I "Serenissimi" a Montichiari (BS), i commenti e le foto:

Non è stata una rievocazione storica, e neppure una manifestazione folcloristica. L’amministrazione comunale di Montichiari ha patrocinato l’evento come un convegno, intitolandolo «La presa del campanile di San Marco del 9 maggio 2007». Ma non ci sono state solo le relazioni offerte in sala consiliare dall’associazione veneta «Vesta».
Ieri, a Montichiari è accaduto qualcosa di più, davanti a molti curiosi e testimoni. Alle 11, lo show è iniziato col comandante di un drappello di figuranti vestiti da militari della Serenissima ai tempi di Napoleone, che ha ordinato l’alzabandiera; e mentre una doppia scarica di fucileria riempiva l’aria, dalla piazza del municipio è stato ritirato il tricolore e al suo posto è stato innalzato lo stendardo col leone di San Marco.
Poi tre rappresentanti della giunta del sindaco Gianantonio Rosa (la vicesindaco Elena Zanola e gli assessori Massimo Gelmini e Gianluca Imperadori) hanno sfilato davanti al gruppetto armato per una sorta di «onore delle armi». Perchè tutto questo? Lo ha spiegato Maurizio Ruggiero, segretario del «Comitato celebrativo pasque veronesi», ricordando che «a Montichiari, nell’aprile 1797 ci fu l’ultima resistenza della Repubblica Veneta all’invasore francese, e il generale Antonio Maffei descrisse quella giornata nelle sue memorie».
In quelle pagine si legge che oltre tremila cittadini monteclarensi andarono incontro alle truppe veneziane accogliendole in festa, dando la loro disponibilità ad aiutare i soldati a respingere l’invasore francese comandato da Napoleone Bonaparte.
Dunque il picchetto d’onore della milizia veneta ha voluto ringraziare il Comune di Montichiari per quel gesto di due secoli fa? Forse. Di certo in piazza c’era anche una presenza un po’ inquietante: davanti al Municipio campeggiava il «tanko Marcantonio Bragadin»: il blindato dei «serenissimi» utilizzato per l’assalto al campanile di San Marco, a Venezia, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997. Sotto i portici del Comune invece erano state sistemate due bancarelle per la vendita di libri di storia della Repubblica di Venezia.
E veniamo al convegno nella sala consiliare, che ha visto gli interventi del vicesindaco Zanola, di Diego Alberti Alberti, di Flavio Contin (uno dei serenissimi del 1997), di Davide Guiotto (delle Raixe venete), dell’avvocato dei serenissimi Lorenzo Fogliata. Rievocazione storica? Non solo. Nel sito della Serenissima leggiamo che «a fronte delle continue violazioni dei trattati internazionali da parte dell’occupante italiano, il veneto serenissimo governo il 20 luglio 2008, come già il 24 agosto 1996, con solenne atto dichiarerà, di fronte a Dio, alla storia e al popolo veneto la ricostituzione della veneta serenissima repubblica». C’è da chiedersi che cosa accadrà davvero.

fonte: http://www.bresciaoggi.it/ultima/oggi/cronaca/Aad.htm

Le foto della giornata:


martedì 27 maggio 2008

Spot, in Germania c'è Toni l'italiano!

Una catena di elettrodomestici reclamizza le sue offerte per i Campionati Europei affidandosi ai peggiori stereotipi sugli italiani

Il protagonista dei quattro spot si chiama Toni: tuta, canottiera, catena d'oro e scudetto tricolore. E un maccheronico accento italiano.

Nel primo spot, Toni cerca un commesso di sesso maschile perché ''solo gli uomini s'intendono di tecnologia e di calcio''. Ma quando passa un'avvenente commessa, il latin-lover che è in lui esce allo scoperto.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20598

Toni e gli arbitri
(25 maggio 2008)

Nel secondo spot, Toni dice: ''I tedeschi sono impazziti per gli Europei, non fanno che comperare televisori, frigoriferi e pc. Invece noi italiani compriamo gli arbitri." Per poi aggiungere: "Si fa per scherzare!''

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20599

Toni e l'amicizia
(25 maggio 2008)

Nel terzo spot, Toni riceve una chiamata da un amico che gli chiede di informarsi sul prezzo di un televisore. Dopo aver domandato ad un commesso, che gli risponde: "799 Euro", Toni riferisce all'amico: ''Solo mille Euro"

Si lascia intendere che Toni farà la cresta sulla differenza.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20600

venerdì 23 maggio 2008

La presa del campanile di San Marco

Montichiari (BS) 25 maggio 2008

L'associazione VESTA con il patrocinio del COMUNE DI MONTICHIARI organizza per DOMENICA 25 MAGGIO alle ore 10.00 presso la sala consiliare del COMUNE DI MONTICHIARI, un convegno dal titolo

"LA PRESA DEL CAMPANILE DI S. MARCO: 9 MAGGIO 1997"

programma:
- Ostensione del "TANKO", il blindato dei serenissimi utilizzato per la presa del Campanile. Picchetto d'onore della Milizia Veneta nelle uniformi storiche e sparo a salve.
- Saluto del sindaco Gianantonoio Rosa
- Introduzione del dott. Diego Alberti Alberti (ass. Vesta) .... (e addetto stampa noterdechedelada n.d.r.)
- "Il perchè del 9 maggio 1997". Prolusione di FLAVIO CONTIN (uno dei Serenissimi)
- "Cosa vuol dire essere Veneti oggi". Prolusione di DAVIDE GUIOTTO (Raixe Venete)
- "1797. La devastazione dello stato di San Marco". Prolusione dell' avv. LORENZO FOGLIATA
- "L'insorgenza nelle valli Camonica, Trompia e Sabbia nel 1797". Prolusione del prof. PAOLO BORSETTO.

Durante il convegno la Milizia Veneta percorrerà alcune vie della città. Seguirà rinfresco.

fonte: ASS. CULTURALE NOTER DE CHE DEL ADA

giovedì 22 maggio 2008

Un posto in Parlamento aumenta il reddito del 78%

Un terzo di laureati in meno del 1948

«Spirito di servizio». Non c’è deputato o senatore, ministro o sottosegretario, che non giuri con tono solenne di far politica solo per questo: «Spirito di servizio». Manco fossero tutti emuli di Alcide De Gasperi che per andare alla Casa Bianca si fece prestare il cappotto da Attilio Piccioni. Sarà... Ma i numeri dicono che l’elezione al Parlamento ha sempre meritato il «cin cin» con lo spumante migliore: coincideva infatti con un aumento medio del reddito personale del 78%. A Roma! A Roma!
Oddio, una volta era un po’ diverso. Nel 1983, un quarto di secolo fa, chi sbarcava a Montecitorio o a Palazzo Madama vedeva i suoi guadagni salire mediamente del 33%. Un incremento buono, ma ridicolo rispetto alla botta di vita dei successori. Chi diventò parlamentare nel 1996 si ritrovò in tasca, in media, addirittura il 109,2 per cento in più di quanto aveva dichiarato l’anno precedente. Al punto che, dopo aver assaggiato tutte le leccornie del Palazzo, quelli che hanno via via deciso per loro scelta (e non perché trombati) di tornare al mestiere di prima sono diventati più rari del dugongo. Perfino gli imprenditori, una volta «discesi in campo», scelgono nella misura del 37% di lasciar perdere quanto facevano per restare sui diletti scranni. Per non dire dei medici (che decidono di rimanere in politica e non rientrare nei reparti o negli ambulatori nel 45% dei casi), dei giornalisti (44%), degli autonomi (49%), degli operai (61%) o dei rappresentanti di categorie professionali: solo uno su cinque rientra nell’ufficio da cui proveniva, sei su dieci si avvinghiano al seggio e non lo mollano più.
Lo dice la ricerca formidabile di un gruppo di economisti: Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, Vincenzo Galasso della Bocconi, Massimiliano Landi della Singapore Management University e Andrea Mattozzi del California Institute of Technology. Si intitola «Il mercato del lavoro dei politici » e accenderà sabato mattina il dibattito, a Gaeta, sul tema «La selezione della classe dirigente ». Un convegno promosso dalla «Fondazione Rodolfo Debenedetti» che ruoterà poi intorno all’altra metà del tema, vale a dire «La classe dirigente imprenditoriale», studiata da Luigi Guiso, dell’Istituto Universitario Europeo, insieme con tre docenti della London School of Economics, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Raffaella Sadun.
Un dato: la «fedeltà» alla famiglia proprietaria dell’azienda conta così tanto, da noi, da rovesciare il rapporto che vale in tutto l’Occidente, dove contano i risultati: da uno a tre a tre a uno. Un altro: dei manager italiani, quelli che lavorano in Lombardia sono il 42%, nel Sud il 5. Una sproporzione apocalittica. Che preannuncia un futuro di nuvoloni neri neri.

Ma torniamo ai politici. Dice la ricerca, coordinata come l’altra da Tito Boeri, il docente della Bocconi animatore de «lavoce. info», che prendendo in esame tutti gli eletti dal 1948 al 2007 non ci sono dubbi: la classe parlamentare della Prima Repubblica era nettamente migliore. Certo, la percentuale di donne è nei decenni triplicata, pure restando lontana da quella dei paesi europei più avanzati. Ma il livello qualitativo, per non dire della «freschezza» generazionale, si è drammaticamente abbassato: «I nuovi deputati erano più giovani e più istruiti durante la prima repubblica. L’età media in cui si entrava in parlamento era di 44,7 anni, contro i 48,1 anni della Seconda. La percentuale dei nuovi eletti in possesso di una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo: dal 91,4% nella I Legislatura, al 64,6% all’inizio della XV Legislatura».
Un crollo di 27 punti. Che risulta ancora più vistoso e preoccupante nei confronti internazionali. Come quello con gli Stati Uniti dove, al contrario, i laureati presenti in Parlamento sono saliti dall’88% al 94%. Trenta punti sopra di noi. C’è poi da stupirsi che l’università (e non parliamo della scuola) sia sprofondata nel pressoché totale disinteresse dei governi al punto che nelle classifiche internazionali del Times di Londra e della «Shanghai Jiao Tong University» non riusciamo a piazzare un solo ateneo tra i primi cento e neppure uno del Mezzogiorno nei primi trecento?

Scrivono Merlo e i suoi colleghi che quasi due parlamentari su tre «rimangono in Parlamento per più di una legislatura, anche se solo uno su dieci vi rimane per più di 20 anni» e che «dopo l’uscita, il 6% va in pensione, quasi il 3% in carcere, ma quasi uno su due rimane in politica». Spiegano inoltre che, per quanto siano difficili questi calcoli, alcuni «indicatori di qualità » (e cioè il livello d’istruzione, il grado di assenteismo e la «abilità intrinseca di generare reddito nel mercato del lavoro») consentono di affermare non solo, come si diceva, che la classe politica attuale è più scarsa di quella precedente al 1993. Ma che la statura dei nostri parlamentari d’oggi è inferiore anche professionalmente, nella vita privata, a quella dei loro predecessori. Quelli, nei loro mestieri da «civili», stavano tutti (dalla Dc al Msi, dal Psi al Pci) al di sopra della media nelle rispettive professioni. Questi, con la sola eccezione di Forza Italia (+0,04) stanno mediamente al di sotto.
Eppure, via via che calava la loro statura culturale, politica, manageriale, sono stati sempre più benedetti da un acquazzone di denaro. Quante volte ci siamo sentiti dire «faccio politica per passione perché economicamente guadagnavo di più prima»? Falso. Dati alla mano, quelli che nella Prima Repubblica ci perdevano a fare il deputato anziché il medico, il notaio o l’avvocato erano il 24% dei democristiani, il 21% dei socialisti, il 19% dei repubblicani... Oggi sono solo il 15% degli azzurri, l’11% degli ulivisti, l’8% dei neo-democristiani, il 6% dei nazional-alleati. Gli altri, a partire dai rifondaroli per finire ai leghisti, ci guadagnano e basta. E tanto.

Dal 1985 al 2004, dice la ricerca curata dal gruppo che ruota intorno a «lavoce.info», l’approdo sugli scranni delle Camere «è stato particolarmente redditizio. Infatti, il reddito reale annuale di un parlamentare è cresciuto tra 5 e 8 volte più del reddito reale annuale medio di un operaio, tra 3,8 e 6 volte quello di un impiegato, e tra 3 e 4 volte quello di un dirigente». Di più: grazie alla possibilità di cumulare altri lavori, esclusa salvo eccezioni in paesi seri come gli Stati Uniti, «dalla fine degli anni ‘90, il 25% dei parlamentari guadagna un reddito extraparlamentare annuale che è superiore al reddito della maggioranza dei dirigenti». Quanto al «prodotto», lasciamo stare. È così scarso, rispetto alle remunerazioni, da aver creato un paradosso. Forse, ironizzano gli economisti, è per colpa dell’ «aumento dell’indennità parlamentare che ha portato in Parlamento persone le cui maggiori competenze erano altrove nel mercato del lavoro, ma non in politica ». Un gentile eufemismo per non parlare di certi somari incapaci di fare qualunque altro mestiere se non quello del politico a tempo pieno. Certo è, suggeriscono, che «per ridurre quest’effetto di selezione avversa si potrebbe eliminare il cumulo dei redditi dei parlamentari con gli altri redditi, come già avviene negli Stati Uniti, e indicizzare l’indennità parlamentare al tasso di crescita dell’economia. Ciò consentirebbe anche di aumentare l’impegno parlamentare dei deputati, poiché in media ogni 10.000 euro di extra reddito si riduce la partecipazione in Parlamento dell’1%». Avete letto bene: chi col secondo mestiere prende 50mila euro in più lavora il 5% in meno, chi ne guadagna 100mila il 10% e così via. Morale: vuoi vedere che per far lavorare di più certi assenteisti cronici occorre farli guadagnare di meno?

Gian Antonio Stella

fonte: Corsera del 22 maggio

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