lunedì 2 giugno 2008

Giacomo Leopardi era leghista?

Posted on 11:14 AM by DF

Naturalmente il titolo è forzato e provocatorio, ma vuole evidenziare come il poeta romantico venne spesso definito uno dei migliori scrittori nazionali, senza mai approfondire ciò che Leopardi pensava della nazione, e dell'Italia nello specifico. Emblematici sono alcuni suoi scritti nello Zibaldone, il suo diario personale, scritto tra il 1817 ed il 1832, e pubblicato nel 1900 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci.
Egli era fortemente ostile al concetto delle macronazioni moderne che si stavano imponendo in gran parte dell’Europa, poiché definiva illegittimo ogni governo o stato, in quanto i cittadini non erano più tali, ma divenivano semplici sudditi. Leopardi non vedeva in questi macrostati delle nazioni o patrie, ma solo governi. Egli rimane ancorato all’idea di nazione del mondo antico, distinta da un carattere aperto e pubblico che favoriva la vita popolare; altresì individua, a partire dal XVII secolo in Francia, la nascita del dispotismo delle nazioni moderne, dove il potere rimaneva nelle mani di poche o, addirittura, di una sola persona.

Ma da che il progresso dell'incivilimento o sia corruzione, e le altre cause che ho tante volte esposte, hanno estinto affatto il popolo e la moltitudine, fatto sparire le nazioni, tolta loro ogni voce, ogni forza, ogni senso di se stesse, e per conseguenza concentrato il potere intierissimamente nel monarca, e messo tutti i sudditi e ciascuno di essi, e tutto quello che loro in qualunque modo appartiene, in piena disposizione del principe; allora e le guerre son divenute più arbitrarie, e le armate immediatamente cresciute. Ed è cosa ben naturale, e non già casuale, ma conseguenza immancabile e diretta della natura delle cose e dell'uomo.[1]

Riguardo alla situazione italiana, Leopardi denunciava una mancanza totale di un principio di aggregazione, a differenza di altri Stati come la Francia o l’Inghilterra, infatti in Italia era possibile rilevare la presenza di un popolo, ma non di una nazione, poiché al suo interno esistevano usanze differenti tra loro, non costumi. Egli rileva quindi la mancanza, fondamentale, di comportamenti uniformi e condivisi da quelli che dovevano essere “cittadini italiani”. L’Italia, per Leopardi, non poteva essere un'unica patria perché non possedeva un'unica capitale, una lingua condivisa o istituzioni comuni.

La Germania ne profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia nella lingua, la quale essenzialmente non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. Certo se v’è nazione in Europa colla cui costituzione politica e morale e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria.[2]

Il poeta, analizzando la situazione italiana, non rilevava un popolo formato da cittadini, ma solamente una mescolanza di individui che vivevano in ambienti diversi; egli infatti evidenzia le problematiche delle regioni meridionali in quanto ad arretratezza civile e diversità etnica, culturale e linguistica rispetto alle regioni settentrionali. Emblematico rimane il suo pensiero sulla civiltà antica e su quella napoletana:

Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’ romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche, sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia).[3]

Danilo Formica

[1] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 905

[2] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. pp. 2064 - 20065

[3] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 4290

2 Response to "Giacomo Leopardi era leghista?"

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Blog su blogger di Tescaro Says....

Interessante il vostro blog, passerò ancora a leggere i post
buona giornata da Tiziano

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DF Says....

ti ringrazio per i complimenti, e se hai idee o suggerimenti non esitare ad inviarceli. Buona giornata anche a te,
Danilo