mercoledì 28 maggio 2008

"Io, Serenissimo e mai pentito"


A dieci anni dal clamoroso blitz, parla uno dei responsabili che fu poi coinvolto nell’assalto in piazza San Marco a Venezia
«Io, Serenissimo e mai pentito»

Andrea Viviani: «Le interferenze al Tg1? Allora servivano, ma non lo rifarei» Le incursioni audio al telegiornale per ricordare la fine di Venezia

«Le interferenze sul telegiornale? Non le rifarei ma non sono pentito. Nel marzo del 1997, dovevano essere fatte per celebrare il 200. anniversario della fine della Repubblica Veneta». Andrea Viviani, 36 anni, non molla le sue posizioni politiche-autonomiste a dieci anni di distanza da quelle incursioni televisive, culminate poi il 9 maggio del 1997, con l’assalto in piazza San Marco a Venezia. E anche se è cambiato il metodo, ora non più clandestino e fuorilegge, gli ideali restano. E resta ancora più in vita che mai il Veneto Serenissimo governo di cui l’operaio di Colognola ai Colli fa parte da più di 10 anni anche se ora in qualità di vice presidente e cancelliere. «Ma adesso svolgiamo le nostre attività alla luce del sole: inviamo spesso anche i comunicati stampa ai giornali» afferma Andrea Viviani. Smessi i panni degli indipendentisti clandestini, Viviani e soci hanno intrapreso una nuova strada politica, formando un movimento di liberazione che ha lo stesso nome di quegli anni di fuoco: Veneto Serenissimo governo.
Era domenica 23 marzo 1997 quando Andrea Viviani, insieme ad altri cinque componenti del Veneto Serenissimo governo, tra i quali l’altro veronese Luca Peroni, il lodigiano Luigi Faccia e il padovano Antonio Barison salirono sul monte San Briccio per compiere il primo «attacco» scaligero sulle onde che stavano trasmettendo il Tg 1 delle 20. «Io svolgevo le funzioni di palo, controllavo che non arrivasse nessuno», racconta Andrea Viviani, «mentre chi svolse le interferenze con le antenne sul Tg1 furono Faccia e Barison».
Che atmosfera regnava nel vostro gruppo?
«Eravamo molto soddisfatti, soprattutto, dopo l’incursione al Tg1 del 17 marzo a Venezia. Avevamo tentato più volte senza, però, mai raggiungere lo scopo. Da quel giorno le cose sono cambiate visto anche le clamorose reazioni su giornali e tivù che suscitarono le nostre iniziative».
Qual era lo scopo di quegli atti dimostrativi?
«Volevamo divulgare i nostri ideali in occasione del duecentesimno anniversario della fine della Repubblica Veneta. Volevamo preparare il popolo della nostra regione all’evento del 9 maggio (l’assalto in piazza San Marco ndr).
Non ritiene che fu un gesto troppo grave e inquietante per ricordare quei fatti di duecento anni prima? Avete usato anche un tanko e le armi.
«Le ripeto: non lo rifarei ma non sono pentito. D’altro canto, dovevamo reagire all’ingiustizia subita nel 1866».
A cosa si riferisce?
«Il Veneto in quell’anno è stato occupato militarmente con la forza dello Stato».
Ma ci fu anche un plebiscito che sancì la volontà del popolo veneto ad unirsi all’Italia.
«In quella votazione, chi optava per il no, veniva schedato e, infatti, ci furono solo 69 schede contrarie all’annessione sulle 694mila depositate nelle urne. Si trattò di un plebiscito illegale».
Lei fu arrestato subito dopo l’assalto a San Marco il 9 maggio 1997. Quanto rimase in carcere?
«Restai per due mesi, poi tornai in cella nel marzo del ’99 e ne uscii definitivamente nel settembre di quello stesso anno».
Che ricordo ha del periodo trascorso in carcere?
«Ho letto molto e avevo come compagno di cella il mio amico Luca Peroni con il quale ci siamo sempre trovati bene».
Lei non ritiene di aver rischiato parecchio in quelle azioni indipendentiste?
«Ma c’era qualcuno che dall’alto mi ha sempre protetto».
A chi si riferisce?
«A San Marco, ovviamente».

fonte:
"L'Arena" del 26 marzo 2007

I "Serenissimi" a Montichiari (BS), i commenti e le foto:

Non è stata una rievocazione storica, e neppure una manifestazione folcloristica. L’amministrazione comunale di Montichiari ha patrocinato l’evento come un convegno, intitolandolo «La presa del campanile di San Marco del 9 maggio 2007». Ma non ci sono state solo le relazioni offerte in sala consiliare dall’associazione veneta «Vesta».
Ieri, a Montichiari è accaduto qualcosa di più, davanti a molti curiosi e testimoni. Alle 11, lo show è iniziato col comandante di un drappello di figuranti vestiti da militari della Serenissima ai tempi di Napoleone, che ha ordinato l’alzabandiera; e mentre una doppia scarica di fucileria riempiva l’aria, dalla piazza del municipio è stato ritirato il tricolore e al suo posto è stato innalzato lo stendardo col leone di San Marco.
Poi tre rappresentanti della giunta del sindaco Gianantonio Rosa (la vicesindaco Elena Zanola e gli assessori Massimo Gelmini e Gianluca Imperadori) hanno sfilato davanti al gruppetto armato per una sorta di «onore delle armi». Perchè tutto questo? Lo ha spiegato Maurizio Ruggiero, segretario del «Comitato celebrativo pasque veronesi», ricordando che «a Montichiari, nell’aprile 1797 ci fu l’ultima resistenza della Repubblica Veneta all’invasore francese, e il generale Antonio Maffei descrisse quella giornata nelle sue memorie».
In quelle pagine si legge che oltre tremila cittadini monteclarensi andarono incontro alle truppe veneziane accogliendole in festa, dando la loro disponibilità ad aiutare i soldati a respingere l’invasore francese comandato da Napoleone Bonaparte.
Dunque il picchetto d’onore della milizia veneta ha voluto ringraziare il Comune di Montichiari per quel gesto di due secoli fa? Forse. Di certo in piazza c’era anche una presenza un po’ inquietante: davanti al Municipio campeggiava il «tanko Marcantonio Bragadin»: il blindato dei «serenissimi» utilizzato per l’assalto al campanile di San Marco, a Venezia, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997. Sotto i portici del Comune invece erano state sistemate due bancarelle per la vendita di libri di storia della Repubblica di Venezia.
E veniamo al convegno nella sala consiliare, che ha visto gli interventi del vicesindaco Zanola, di Diego Alberti Alberti, di Flavio Contin (uno dei serenissimi del 1997), di Davide Guiotto (delle Raixe venete), dell’avvocato dei serenissimi Lorenzo Fogliata. Rievocazione storica? Non solo. Nel sito della Serenissima leggiamo che «a fronte delle continue violazioni dei trattati internazionali da parte dell’occupante italiano, il veneto serenissimo governo il 20 luglio 2008, come già il 24 agosto 1996, con solenne atto dichiarerà, di fronte a Dio, alla storia e al popolo veneto la ricostituzione della veneta serenissima repubblica». C’è da chiedersi che cosa accadrà davvero.

fonte: http://www.bresciaoggi.it/ultima/oggi/cronaca/Aad.htm

Le foto della giornata:


martedì 27 maggio 2008

Spot, in Germania c'è Toni l'italiano!

Una catena di elettrodomestici reclamizza le sue offerte per i Campionati Europei affidandosi ai peggiori stereotipi sugli italiani

Il protagonista dei quattro spot si chiama Toni: tuta, canottiera, catena d'oro e scudetto tricolore. E un maccheronico accento italiano.

Nel primo spot, Toni cerca un commesso di sesso maschile perché ''solo gli uomini s'intendono di tecnologia e di calcio''. Ma quando passa un'avvenente commessa, il latin-lover che è in lui esce allo scoperto.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20598

Toni e gli arbitri
(25 maggio 2008)

Nel secondo spot, Toni dice: ''I tedeschi sono impazziti per gli Europei, non fanno che comperare televisori, frigoriferi e pc. Invece noi italiani compriamo gli arbitri." Per poi aggiungere: "Si fa per scherzare!''

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20599

Toni e l'amicizia
(25 maggio 2008)

Nel terzo spot, Toni riceve una chiamata da un amico che gli chiede di informarsi sul prezzo di un televisore. Dopo aver domandato ad un commesso, che gli risponde: "799 Euro", Toni riferisce all'amico: ''Solo mille Euro"

Si lascia intendere che Toni farà la cresta sulla differenza.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20600

venerdì 23 maggio 2008

La presa del campanile di San Marco

Montichiari (BS) 25 maggio 2008

L'associazione VESTA con il patrocinio del COMUNE DI MONTICHIARI organizza per DOMENICA 25 MAGGIO alle ore 10.00 presso la sala consiliare del COMUNE DI MONTICHIARI, un convegno dal titolo

"LA PRESA DEL CAMPANILE DI S. MARCO: 9 MAGGIO 1997"

programma:
- Ostensione del "TANKO", il blindato dei serenissimi utilizzato per la presa del Campanile. Picchetto d'onore della Milizia Veneta nelle uniformi storiche e sparo a salve.
- Saluto del sindaco Gianantonoio Rosa
- Introduzione del dott. Diego Alberti Alberti (ass. Vesta) .... (e addetto stampa noterdechedelada n.d.r.)
- "Il perchè del 9 maggio 1997". Prolusione di FLAVIO CONTIN (uno dei Serenissimi)
- "Cosa vuol dire essere Veneti oggi". Prolusione di DAVIDE GUIOTTO (Raixe Venete)
- "1797. La devastazione dello stato di San Marco". Prolusione dell' avv. LORENZO FOGLIATA
- "L'insorgenza nelle valli Camonica, Trompia e Sabbia nel 1797". Prolusione del prof. PAOLO BORSETTO.

Durante il convegno la Milizia Veneta percorrerà alcune vie della città. Seguirà rinfresco.

fonte: ASS. CULTURALE NOTER DE CHE DEL ADA

giovedì 22 maggio 2008

Un posto in Parlamento aumenta il reddito del 78%

Un terzo di laureati in meno del 1948

«Spirito di servizio». Non c’è deputato o senatore, ministro o sottosegretario, che non giuri con tono solenne di far politica solo per questo: «Spirito di servizio». Manco fossero tutti emuli di Alcide De Gasperi che per andare alla Casa Bianca si fece prestare il cappotto da Attilio Piccioni. Sarà... Ma i numeri dicono che l’elezione al Parlamento ha sempre meritato il «cin cin» con lo spumante migliore: coincideva infatti con un aumento medio del reddito personale del 78%. A Roma! A Roma!
Oddio, una volta era un po’ diverso. Nel 1983, un quarto di secolo fa, chi sbarcava a Montecitorio o a Palazzo Madama vedeva i suoi guadagni salire mediamente del 33%. Un incremento buono, ma ridicolo rispetto alla botta di vita dei successori. Chi diventò parlamentare nel 1996 si ritrovò in tasca, in media, addirittura il 109,2 per cento in più di quanto aveva dichiarato l’anno precedente. Al punto che, dopo aver assaggiato tutte le leccornie del Palazzo, quelli che hanno via via deciso per loro scelta (e non perché trombati) di tornare al mestiere di prima sono diventati più rari del dugongo. Perfino gli imprenditori, una volta «discesi in campo», scelgono nella misura del 37% di lasciar perdere quanto facevano per restare sui diletti scranni. Per non dire dei medici (che decidono di rimanere in politica e non rientrare nei reparti o negli ambulatori nel 45% dei casi), dei giornalisti (44%), degli autonomi (49%), degli operai (61%) o dei rappresentanti di categorie professionali: solo uno su cinque rientra nell’ufficio da cui proveniva, sei su dieci si avvinghiano al seggio e non lo mollano più.
Lo dice la ricerca formidabile di un gruppo di economisti: Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, Vincenzo Galasso della Bocconi, Massimiliano Landi della Singapore Management University e Andrea Mattozzi del California Institute of Technology. Si intitola «Il mercato del lavoro dei politici » e accenderà sabato mattina il dibattito, a Gaeta, sul tema «La selezione della classe dirigente ». Un convegno promosso dalla «Fondazione Rodolfo Debenedetti» che ruoterà poi intorno all’altra metà del tema, vale a dire «La classe dirigente imprenditoriale», studiata da Luigi Guiso, dell’Istituto Universitario Europeo, insieme con tre docenti della London School of Economics, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Raffaella Sadun.
Un dato: la «fedeltà» alla famiglia proprietaria dell’azienda conta così tanto, da noi, da rovesciare il rapporto che vale in tutto l’Occidente, dove contano i risultati: da uno a tre a tre a uno. Un altro: dei manager italiani, quelli che lavorano in Lombardia sono il 42%, nel Sud il 5. Una sproporzione apocalittica. Che preannuncia un futuro di nuvoloni neri neri.

Ma torniamo ai politici. Dice la ricerca, coordinata come l’altra da Tito Boeri, il docente della Bocconi animatore de «lavoce. info», che prendendo in esame tutti gli eletti dal 1948 al 2007 non ci sono dubbi: la classe parlamentare della Prima Repubblica era nettamente migliore. Certo, la percentuale di donne è nei decenni triplicata, pure restando lontana da quella dei paesi europei più avanzati. Ma il livello qualitativo, per non dire della «freschezza» generazionale, si è drammaticamente abbassato: «I nuovi deputati erano più giovani e più istruiti durante la prima repubblica. L’età media in cui si entrava in parlamento era di 44,7 anni, contro i 48,1 anni della Seconda. La percentuale dei nuovi eletti in possesso di una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo: dal 91,4% nella I Legislatura, al 64,6% all’inizio della XV Legislatura».
Un crollo di 27 punti. Che risulta ancora più vistoso e preoccupante nei confronti internazionali. Come quello con gli Stati Uniti dove, al contrario, i laureati presenti in Parlamento sono saliti dall’88% al 94%. Trenta punti sopra di noi. C’è poi da stupirsi che l’università (e non parliamo della scuola) sia sprofondata nel pressoché totale disinteresse dei governi al punto che nelle classifiche internazionali del Times di Londra e della «Shanghai Jiao Tong University» non riusciamo a piazzare un solo ateneo tra i primi cento e neppure uno del Mezzogiorno nei primi trecento?

Scrivono Merlo e i suoi colleghi che quasi due parlamentari su tre «rimangono in Parlamento per più di una legislatura, anche se solo uno su dieci vi rimane per più di 20 anni» e che «dopo l’uscita, il 6% va in pensione, quasi il 3% in carcere, ma quasi uno su due rimane in politica». Spiegano inoltre che, per quanto siano difficili questi calcoli, alcuni «indicatori di qualità » (e cioè il livello d’istruzione, il grado di assenteismo e la «abilità intrinseca di generare reddito nel mercato del lavoro») consentono di affermare non solo, come si diceva, che la classe politica attuale è più scarsa di quella precedente al 1993. Ma che la statura dei nostri parlamentari d’oggi è inferiore anche professionalmente, nella vita privata, a quella dei loro predecessori. Quelli, nei loro mestieri da «civili», stavano tutti (dalla Dc al Msi, dal Psi al Pci) al di sopra della media nelle rispettive professioni. Questi, con la sola eccezione di Forza Italia (+0,04) stanno mediamente al di sotto.
Eppure, via via che calava la loro statura culturale, politica, manageriale, sono stati sempre più benedetti da un acquazzone di denaro. Quante volte ci siamo sentiti dire «faccio politica per passione perché economicamente guadagnavo di più prima»? Falso. Dati alla mano, quelli che nella Prima Repubblica ci perdevano a fare il deputato anziché il medico, il notaio o l’avvocato erano il 24% dei democristiani, il 21% dei socialisti, il 19% dei repubblicani... Oggi sono solo il 15% degli azzurri, l’11% degli ulivisti, l’8% dei neo-democristiani, il 6% dei nazional-alleati. Gli altri, a partire dai rifondaroli per finire ai leghisti, ci guadagnano e basta. E tanto.

Dal 1985 al 2004, dice la ricerca curata dal gruppo che ruota intorno a «lavoce.info», l’approdo sugli scranni delle Camere «è stato particolarmente redditizio. Infatti, il reddito reale annuale di un parlamentare è cresciuto tra 5 e 8 volte più del reddito reale annuale medio di un operaio, tra 3,8 e 6 volte quello di un impiegato, e tra 3 e 4 volte quello di un dirigente». Di più: grazie alla possibilità di cumulare altri lavori, esclusa salvo eccezioni in paesi seri come gli Stati Uniti, «dalla fine degli anni ‘90, il 25% dei parlamentari guadagna un reddito extraparlamentare annuale che è superiore al reddito della maggioranza dei dirigenti». Quanto al «prodotto», lasciamo stare. È così scarso, rispetto alle remunerazioni, da aver creato un paradosso. Forse, ironizzano gli economisti, è per colpa dell’ «aumento dell’indennità parlamentare che ha portato in Parlamento persone le cui maggiori competenze erano altrove nel mercato del lavoro, ma non in politica ». Un gentile eufemismo per non parlare di certi somari incapaci di fare qualunque altro mestiere se non quello del politico a tempo pieno. Certo è, suggeriscono, che «per ridurre quest’effetto di selezione avversa si potrebbe eliminare il cumulo dei redditi dei parlamentari con gli altri redditi, come già avviene negli Stati Uniti, e indicizzare l’indennità parlamentare al tasso di crescita dell’economia. Ciò consentirebbe anche di aumentare l’impegno parlamentare dei deputati, poiché in media ogni 10.000 euro di extra reddito si riduce la partecipazione in Parlamento dell’1%». Avete letto bene: chi col secondo mestiere prende 50mila euro in più lavora il 5% in meno, chi ne guadagna 100mila il 10% e così via. Morale: vuoi vedere che per far lavorare di più certi assenteisti cronici occorre farli guadagnare di meno?

Gian Antonio Stella

fonte: Corsera del 22 maggio

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"Padania Ladrona": la lettera dell'ex Ministro Pagliarini

A seguito del mio post sulla vicenda del fallimento della "Credieuronord", la banca della Lega Nord, mi ha scritto l'ex Ministro al Bilancio Giancarlo Pagliarini, inviandomi via email la lettera che inviò circa due anni fa, prima di uscire dalla Lega Nord, ai ministri, deputati e senatori leghisti; ve la riporto fedelmente qui di seguito:

Per Umberto Bossi

Calderoli, Castelli e Maroni

Deputati e Senatori della Lega

Da Giancarlo Pagliarini

Data 2 Marzo 05

Oggetto Costo dei servizi bancari in Italia

In questi giorni ho discusso con qualcuno di voi (Calderoli, Giorgetti, Maroni ed altri) per cercare di capire i motivi della nostra posizione sulle banche.

Vi allego uno studio dal quale risulta, tra le altre cose, un confronto dei costi che le imprese di 11 Stati sostengono in un anno per i servizi delle loro banche. E’ il risultato di otto mesi di lavoro in 11 paesi e in 73 banche.

Il risultato è questo: se una impresa italiana paga 100, il costo sostenuto dai suoi concorrenti francesi , spagnoli e tedeschi per comperare sostanzialmente gli stessi servizi è 50 (si, avete letto bene: 50). Negli Stati Uniti 85, in Inghilterra 27, in Olanda 15 eccetera.

Il dettaglio lo potete vedere nell’Allegato 1. Questi dati valgono per le aziende e anche per i privati cittadini.

Ho intenzione di approfondire questo studio perché avevo già intenzione di utilizzarlo per una delle “lezioni di economia” per Telepadania e sono già in contatto con i rappresentanti italiani della Cap Gemini Ernst & Young. Da “giovane” ho partecipato a molti di questi progetti e ne ho anche gestito qualcuno in prima persona: hanno qualche difetto (per esempio nella figura 1 dello studio che vi allego c’è una errata corrige. Il dato per l’Italia non è il 501 di pagina 3 ma il 206 che vedete nella pagina successiva, che migliora la situazione dell’ Italia e che io ho utilizzato per elaborare i dati che vedete nell’Allegato 1) ma hanno anche moltissimi pregi, e di solito i risultati hanno quasi sempre un valore segnaletico molto significativo.

L’equazione per il momento, è questa: aiutare le banche italiane evitando di esporle alla concorrenza internazionale significa condannare gli imprenditori padani a pagare per i servizi bancari come minimo il doppio dei loro concorrenti. E questo vale anche per risparmiatori e normali cittadini.

Se questi dati sono corretti, credo che dovendo scegliere tra banche da una parte e aziende e risparmiatori dall’altra non dovremmo avere nessun dubbio.

I nostri imprenditori devono già sopportare il peso della pressione fiscale e contributiva più alta dell’UE (1), il costo dell’energia è supera di circa il 30% quello dei loro concorrenti europei, i servizi e le strade sono ormai da terzo mondo, e anche il costo dei servizi che ricevono dalle banche sono il doppio di quelli che sostengono i loro concorrenti (“solo” il doppio quando va bene, perché nel caso dell’Inghilterra sono il triplo).

Non è un problema di “scalate”, oppure di banche italiane o di banche “straniere” (tra virgolette perché, cosa volete, io ho qualche difficoltà a considerare “stranieri” i catalani, gli abitanti della Baviera o quelli dell’Essex) : il problema si chiama mancanza di concorrenza. Certo, mi rendo perfettamente conto che togliere le responsabilità dell’antitrust alla Banca d’Italia e prevedere che la durata della carica del Governatore, a differenza del Papa, non sia a vita non risolve il problema. Ma sarebbe comunque un segnale incoraggiante. Un segnale di voler almeno cominciare a cambiare qualcosa.

Questa situazione si risolverà solo con più concorrenza. Spero siate d’accordo e vi chiedo, se siete d’accordo, di ricordarlo in ogni circostanza.

Giancarlo Pagliarini


(1) La pressione fiscale ufficiale è appena scesa di un punto e adesso siamo al 41,8% del PIL, ma non dimenticate che nella stima del PIL l’ISTAT include anche la stima dell’economia sommersa. Questo vuol dire che quel 41,8 non lo pagano in 100, ma circa in 80. Dunque la pressione fiscale vera che sopportano quelli che pagano le tasse per mantenere questo Stato è ben superiore al 50%.


P.S.: Questa è la lettera che Pagliarini ha fatto girare in aula a Montecitorio quando venne votata la modifica a favore di Fazio della legge sul risparmio. Giancarlo Pagliarini si dissociò dal gruppo ed ha votato contro l’emendamento pro Fazio depositato da FI

Rassegna stampa sulla vicenda "Credieuronord"

Pubblico di seguito alcuni articoli inviati da Pagliarini sempre sulla vicenda "Credieuronord" (clicca sopra per ingrandirli):


mercoledì 21 maggio 2008

Insubria Terra d'Europa

Dal 5 maggio al 1 giugno, a Varese, conferenze, spettacoli, concerti al Festival "Insubria Terra d'Europa".

Per informazioni:

http://www.insubriaterradeuropa.net/
Interverranno tra gli altri:
Luciano Lutring, Angelo Branduardi, Davide Van de Sfroos, Vittorio Sgarbi, Giancarlo Giorgetti, Filippo Penati, Dario Galli, Luisa Bonesio, Roberto Corbella ecc...
Organizzazione Ass. cult. Terra insubre.

"Giornata ecologica"

martedì 20 maggio 2008

Nel decreto sicurezza si nasconde un'altra norma "ad personam" per Berlusconi

Doveva essere il decreto legge per garantire la sicurezza dei cittadini e contrastare l`immigrazione. Rischia di diventare, per una norma che sembra fatta su misura per i processi di Berlusconi, un`altra scatola, un contenitore come lo fu la Cirielli, per risolvere i problemi giudiziari del Cavaliere. In particolare il processo per la falsa testimonianza Mills a Milano.

Si scopre tutto all`improvviso quando i testi, un decreto, un disegno di legge, tre decreti legislativi, arrivano all`esame del pre-consiglio a palazzo Chigi. Non c`è il reato d`immigrazione clandestina, ma in compenso, e si tratta di due norme su cui finora era stato mantenuto il più stretto riserbo nonostante le numerose anticipazioni, il governo vuole chiedere ai giudici di anticipare tutti i processi per fatti che abbiano messo «in pericolo la sicurezza pubblica e abbiano comportato grave allarme sociale».

Che vuol dire: i dibattimenti per violenze e rapine gravi andranno fatti prima di tutti gli altri. Ma non solo: scegliendo la data del 31 dicembre 2001, l`esecutivo decide di riaprire la possibilità, oggi vietata, di accedere al patteggiamento anche per tutti i processi già incorso. Quindi, anche per il processo Mills che è giunto ormai in dirittura finale. Solo «per valutare l`opportunità della richiesta» il decreto concede 60 giorni di tempo, un periodo in cui prescrizione e custodia cautelare restano «sospesi».

Non appena legge il testo, l`ex pm di Milano e leader dell`Idv Antonio Di Pietro esplode: «Questa norma è ancora più grave delle leggi ad personam fatte durante il precedente governo Berlusconi. È una legge ponte, un mezzo per un futuro colpo di spugna. Qui si approfitta di un`emergenza nazionale, di un problema di grave sicurezza, per infilare nel testo un articolo che non c`entra nulla e che si risolve nel buttare via il lavoro della magistratura e della polizia».

Di Pietro è una furia: «A tutti gli effetti, insisto, si tratta di un colpo di spugna mascherato. Il patteggiamento serve ed è utile perché concede uno sconto di pena all`imputato a patto che non si perda tempo nel fare il processo. Ma se invece il processo è già in corso, come in questo caso, e magari marcia verso la conclusione, questo patteggiamento a che serve? Siccome niente viene mai fatto per niente da Berlusconi, e la norma è irrazionale e del tutto irragionevole, è evidente che l`obiettivo è un altro: realizzare una legge-ponte, una legge-mezzo per giungere poi a un`altra, un nuovo lodo Schifani che blocchi i processi perle alte cariche dello Stato».

Articolo 2, comma 2, punto 4. L`articolato non lascia dubbi. Anche se è arrivato a palazzo Chigi dopo un duro braccio di ferro tra l`estensore del testo, giusto l`avvocato del Cavaliere Niccolò Ghedini, il ministro leghista Roberto Maroni e il sottosegretario aennino Alfredo Mantovano che non capivano bene le ragioni di quel patteggiamento ripescato proprio per i reati commessi fino al 31 dicembre 2001.

Perché mai quella data? Il sospetto era chiaro: giusto il processo Mills che si celebra a Milano, in cui Ghedini difende il premier, e che dopo la sospensione durante le elezioni si avvia ormai alla sentenza prevista per l`estate. Chi partecipa alle riunioni sul pacchetto sicurezza vede malissimo e si adira per la prima versione proposta da Ghedini, «la sospensione di un anno, prorogabile per un altro anno» per i processi in cui si può utilizzare il decreto appena approvato. All`esterno pare che Lega e An litighino con Ghedini sul reato d`immigrazione, ma la questione è ben altra.

Il contrasto è molto duro, l`avvocato del premier rimaneggia il testo e riduce da un anno a 60 giorni il tempo concesso all`imputato per decidere se accedere all`offerta del patteggiamento. Nel frattempo, in due interviste concesse al Sole24 Ore e al Corriere della Sera, l`avvocato e deputato di Forza Italia, illustra il suo provvedimento ma non parla mai delle misure per riaprire il patteggiamento.

Ieri la sorpresa, che mette subito in allarme i magistrati di Milano alle prese col processo Mills. Se effettivamente ci fosse una richiesta di patteggiare, il processo si bloccherebbe per due mesi giusto a ridosso della sospensione feriale. Sentenza rinviata a settembre. Poi chissà, come dice Di Pietro.

Ma intanto, anche se in appello il processo marcia diritto verso la prescrizione, Berlusconi potrebbe evitare una condanna che lo metterebbe di nuovo a disagio sul parterre internazionale dove il reato di falsa testimonianza è considerato in modo grave. Per questo è necessario che il decreto si approvi in fretta. Maroni assicura che «sarà legge entro luglio».

fonte: dagospia

lunedì 19 maggio 2008

Federalismo a singhiozzo

IL GOVERNO E L’ICI

di Francesco Giavazzi

Nella cittadina americana in cui vivo, nello stato del Massachusetts, il sindaco ha deciso di costruire una nuova scuola. Sostituirebbe un edificio del 1970, che funziona ma comincia a mostrare i suoi anni. Costo stimato del progetto, circa 200 milioni di dollari (130 milioni di euro). Poiché negli Usa le scuole sono interamente finanziate dalle città — non solo gli edifici, anche gli stipendi degli insegnanti— per far fronte a questa spesa il sindaco ha deciso di aumentare per qualche anno l'Ici. (Oggi l'aliquota è l'1%, non del valore catastale, come in Italia, ma del valore di mercato della casa, aggiornato ogni anno tenendo conto dei prezzi di abitazioni simili vendute nel corso dell'anno).

I cittadini (circa 80.000 famiglie) si sono ribellati e hanno chiesto un referendum. Il 20 maggio voteranno su tre proposte: (1) accettare la decisione del sindaco, (2) cancellare il progetto della nuova scuola e non aumentare l'Ici, (3) accettare l'aumento dell'Ici, ma destinare il maggior gettito all'assunzione di nuovi professori per migliorare la qualità delle loro scuole. (Sul sito internet del Massachusetts, www.mass.edu/mcas, si può consultare una classifica delle scuole dello Stato, compilata sulla base di un test che viene svolto ogni anno dagli allievi di ciascuna scuola. Si è osservato che, se le scuole di una città peggiorano, il prezzo delle case scende, il gettito dell'Ici si riduce e la città declina). Questo è federalismo! «Crescere vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista», ha detto Silvio Berlusconi la scorsa settimana presentando il suo programma al Parlamento.

Ma allora perché il primo atto del nuovo governo è la cancellazione dell’Ici? Di tutte le imposte l'Ici è la più federalista, e anche la più efficiente. Il gettito non va a Roma, rimane ai Comuni. E se con quel gettito il sindaco non aggiusta le strade, i cittadini, incontrandolo in piazza, possono chiedergliene conto e avvisarlo che se continua così non verrà certo rieletto. Chi può controllare come sono utilizzate le imposte che affluiscono al governo centrale? A chi può rivolgersi il cittadino se pensa che i servizi che riceve dallo Stato centrale non valgano le tasse che paga al governo di Roma? Ieri il sottosegretario Vegas ha detto che i Comuni verranno compensati per il gettito perduto. Doppio errore: innanzitutto perché se così fosse le tasse evidentemente non scenderebbero. E poi perché quel sindaco che non aggiusta le strade potrebbe dire che non è colpa sua, ma del governo che gli lesina risorse.

Come ha scritto l’ex-rettore dell’università di Padova, Gilberto Muraro (www.lavoce.info), «l'abolizione dell'Ici è una vittoria dell'apparenza sulla sostanza. Il minor gettito dei Comuni sarà compensato con trasferimenti dal centro. Ma l'Ici si autocontrolla, perché il sindaco deve soppesare la popolarità resa dai maggiori servizi con l’impopolarità creata dalla più pesante imposta. Un sussidio per definizione non basta mai sul piano politico e genera una domanda unanime di incremento, alimentando tensioni tra centro e periferia». Fanno bene Berlusconi e Tremonti a iniziare tagliando le tasse. Purché lo facciano davvero, non per finta: lo avessero fatto nel 2001, forse cinque anni dopo non avrebbero perso le elezioni. Ma qualcuno mi spiega perché di tutte le imposte vogliono cominciare proprio dall'Ici?

fonte: Corriere della Sera

domenica 18 maggio 2008

Si al centro commerciale Metalmetron a Savona

Da liberale non me la sento di criticare chi, finalmente, punta a creare concorrenza anche nel campo della “grande distribuzione”, infatti oggi, tra genova ed albenga, esistono solamente centri commerciali “Coop”. Da uno studio di Altroconsumo è stato dimostrato invece che dove esiste la concorrenza, per esempio tra Esselunga e Coop, i prezzi sono minori; esemplare è stato il caso di La Spezia. Dall’inchiesta di Altroconsumo risulta infatti come l’ingresso di Esselunga come competitor di Coop sia stato di beneficio per i consumatori. L’anno scorso all’Ipercoop si spendeva l’8% in meno della media nazionale. Quest’anno, nel nuovo Esselunga, i cittadini di La Spezia arrivano risparmiare quasi il 20% in più rispetto al resto d’Italia. E la concorrenza ha fatto migliorare anche performance dell’Ipercoop: il risparmio è salito dall’8 al 14%. Genova, dove c’è un unico ipermercato è una delle città in cui il livello di prezzi è più elevato.
Comprendo altresì l’esigenza di maggiori spazi di aggregazione sociale senza scopo di lucro (a Savona quasi inesistenti) ma questo non può giustificare una chiusura verso un mercato più libero e competitivo.

Danilo Formica

Lezione di economia con Giancarlo Pagliarini



sabato 17 maggio 2008

Oggi visita del Papa a Savona, domani a Genova

Città del Vaticano, 16 mag. (Apcom) - I pellegrini attesi, i costi della due-giorni in Liguria, i paramenti che Benedetto XVI indosserà per le celebrazioni, il kit del pellegrino. Ecco tutti i numeri e le curiosità della due-giorni di Papa Ratzinger a Savona e Genova, in programma domani e domenica.

TRASFERTA LAMPO COSTA QUASI 2 MILIONI DI EURO

Quanto costa la visita del Papa a Genova e Savona? In tutto quasi 2 milioni di euro. Così suddivisi: un milione di euro per la tappa di Savona (che oltretutto è più corta) e 800mila euro a Genova, secondo quanto riferisce 'Il Secolo XIX' in uno speciale dedicato al viaggio di Ratzinger che sarà domani e domenica in Liguria.

BAGNO DI FOLLA PER IL 'PAPA-DAY'

Per il 'Papa-day' ci sarà un vero e proprio bagno di folla; unica incognita: il cattivo tempo, che potrebbe scombinare i piani di trasporto da Genova a Savona e dal Santuario della Madonna della Guardia al centro di Genova. Per la prima giornata, a Savona, sono attesi 50mila pellegrini, 20mila in piazza del Popolo, dove il Papa presiederà la messa, e 10mila tra Darsena e via Gramsci, cioè nel tragitto che porterà Benedetto XVI al porto savonese, da dove ripartirà per raggiungere Genova. La domenica, invece, nel capoluogo ligure, si attendono 53mila fedeli in piazza della Vittoria (sono stati distribuiti 50mila pass); 6mila persone in piazza Matteotti per l'incontro con i giovani.
PERNOTTAMENTO AL SANTUARIO DELLA GUARDIA

Il Papa dormirà sul Monte Figogna, nel comune di Ceranesi. Una stanza ricavata nell'appartamento solitamente riservato all'arcivescovo di Genova, nell'ala est del Santuario della Madonna della Guardia. Sullo stesso piano dormiranno il segretario particolare, monsignor Georg Gaenswein, e il cardinale Tarcisio Bertone.

IN DONO PER RATZINGER MONETA COMMEMORATIVA E LIBRO SU GENOVA

Una moneta d'oro della Repubblica di Genova, un libro antico che racconta la devozione dei liguri verso Maria Santissima, un rosario di grani d'argento, un tesoro 'spirituale', fatto di mille impegni, una supplica. I primi tre sono i regali che le istituzioni cittadine, Regione, Comune e Provincia consegneranno al Papa. Il quarto è un mosaico di proposte di un gruppo di fedeli. L'ultimo è un dono 'sui generis' firmato dal prete genovese 'no-global', don Andrea Gallo.

PER LUI ECCEZIONALI PARAMENTI LITURGICI E IL TRONO DI PIO VII

Benedetto XVI indosserà i paramenti sacri donati dalla Curia, che resteranno poi a Genova. I paramenti sono stati realizzati dalla ditta sanremese 'Il Canmpanile' in collaborazione con la ditta artigiana 'Gamma di Felisi'. Al termine della visita papale i paramenti verranno conservati nella cattedrale in riva al Letimbro e serviranno in futuro per le celebrazioni più solenni. In occasione della messa in piazza del Popolo (a Savona), in prossimità dell'ambone, verrà posta sul palco la statua della Madonna di Misericordia attualmente custodita nell'omonimo Santuario, venerato da tutti i liguri. Sul palco, per la solenne messa, verrà deposta la sedia-tronetto, con ricamato lo stemma di Papa Pio VII, e sarà questo il seggio per Benedetto XVI.
FIORI CON STEMMA LIGURE

La decorazione floreale sarà curata dal circolo Giovane Ranzi di Pietra Ligure, specializzato nelle infiorate artistiche in occasione del Corpus Domini. L'associazione comporrà anche un tappeto di fiori freschi di forma rettangolare per un totale di 40 metri quadri. Verranno riproposti con garofani, rose, iris, mimose e ginestre gli stemmi del Papato, della città di Savona e della diocesi.

IL SEGUITO PAPALE

Una delegazione di 18 persone accompagnerà il Papa nella trasferta di Savona e Genova. Tra questi il segretario particolare monsignor Georg Gaenswein, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il sostituto alla segreteria di Stato monsignor Fernando Filoni, il direttore dell''Osservatore Romano', Gian Maria Vian, il medico personale Renato Buzzonetti, il vicedirettore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, il fotografo vaticano Francesco Sforza.

venerdì 16 maggio 2008

Marco Travaglio - Roberto Castelli ad "Annozero" - 15 maggio

Marco Travaglio a "Che Tempo che fa - 10 maggio

mercoledì 14 maggio 2008

Premiati i vertici dell'ex Credieuronord

Scriveva così Travaglio nel 2005:

(...) Il 5 ottobre 2004 Fiorani, d’accordo con Fazio, rileva e ingloba nel suo istituto lodigiano la Credieuronord: la banchetta della Lega nata nel gennaio 2001 e finita nel giro di tre anni sull’orlo del crac, con tanti saluti ai 3 mila ingenui risparmiatori padani che ci erano cascati. In più, secondo l’accusa, la banchetta è stata utilizzata per riciclare decine di miliardi provenienti da una distrazione di fondi dal Tribunale di fallimentare.

Ora, ai vertici della banca colabrodo sedevano insigni esponenti leghisti, fra cui tre parlamentari: il tesoriere Maurizio Balocchi (incredibilmente sottosegretario e membro del Cda dell’istituto), Stefano Stefani e Giancarlo Giorgetti.

Rischiavano grosso: un processo penale per l’eventuale bancarotta e una multa miliardaria da Bankitalia per riciclaggio
Ma Sant’Antonio sistema tutte cose: risparmia loro la multa, e intanto Fiorani salva la banca.

tutto l'articolo sul sito di Beppe Grillo: http://www.beppegrillo.it/2005/10/a_volte_ritorna.html

OGGI, coloro che hanno fatto fallire una banca sono stati promossi a dirigere un intero paese:

- Maurizio Balocchi: sotto segretario alla Presidenza del Consiglio
- Stefano Stefani: presidenza commissione beni ambientali
- Giancarlo Giorgetti: presidenza commissione bilancio a Montecitorio

Rimborsi elettorali ai partiti

martedì 13 maggio 2008

Caso Travaglio

Dall'indomani delle elezioni politiche del mese scorso riecheggia continua la litania delle larghe intese, della concertazione, delle riforme condivise. PD e PDL, pur senza abbassare gli scudi, vogliono dare prova di serietà, cercando dei punti di incontro il più possibile fermi e condivisi, naturalmente per il bene del paese.

Una volta tanto non sono chiacchiere, e dalle parole si è subito passati ai fatti. È sufficiente infatti, dare una occhiata ai giornali in cerca delle reazioni politiche scaturite dall'ultima - chissà se lo sarà solo in ordine di tempo - apparizione di Marco Travaglio al programma serale di Fabio Fazio. Da sinistra a destra tutti condannano le parole del giornalista. Il Popolo delle Libertà chiede pene "esemplari", Anna Finocchiario del PD lamenta l'assenza del "contraddittorio". Il servizio pubblico non è stato da meno, e sono subito arrivate le scuse di Fazio, la ferma condanna del direttore di Rai Tre, Ruffini e quella del direttore generale Claudio Cappon. Mancano, per ora, giusto le proteste della Domenica Sportiva e dell'ippopotamo di "Affari Tuoi". Finalmente il Paese riparte da punti fermi ed accettati da tutti.

Il primo di questi punti è che il diritto di cronaca va opportunamente ricurvato, in maniera tale che non sia più tanto diritto, se rischia di pungere le parti delicate del Paese.

La cosa più notevole, sebbene non sia purtroppo una novità, del torrenziale can can di dissociazioni, accuse, stigmatizzazioni, condanne, è che in nessuna di queste si è detto che Travaglio mente, che racconta falsità, che i processi e gli atti da lui citati sono inesistenti. Si entra a piedi uniti dappertutto, tranne che nel merito delle questioni sollevate.

I casi sono due. O Travaglio mente nel riferire come documentati e certi rapporti personali e d'affari tra conclamati esponenti mafiosi e la seconda carica dello Stato, oppure no.

E se mente, non importa se in buona fede o meno, lo si quereli, e trascinandolo in giudizio gli si imponga il vero con la forza dei fatti e degli atti. Come lo stesso Travaglio ha ricordato negli studi di Rai Tre, gli avvenimenti da lui citati non sono certo uno scoop od un segreto di stato. Sono stati raccontati da tempo in libri, ed anche da Lirio Abbate, un giornalista che ha subìto minacce ed attentati, che gira sottoscorta che tutti additano ad esempio di eroico giornalismo antimafia.

Allora per cortesia a qualcuno a destra o a sinistra abbia il coraggio di dire che quest'uomo è un contaballe, e magari di revocargli la scorta. Qualcuno potrebbe obbiettare che - accuse di mafia a parte - Travaglio abbia mancato di rispetto alla seconda carica dello Stato, paragonandolo ad una muffa ed un lombrico. Può darsi, e nel caso si proceda per vilipendio, provvedendo magari a mettere al suo fianco nel banco degli imputati chi, all'indomani dell'elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale titolò "Comunisti col pannolone" in prima pagina, con tanto di vignetta. Il problema, come si dice sempre quando si parla di queste cose, è un altro.

Sinchè Abbate, Gomez o lo stesso Travaglio scrivono in un libro oppure raccontano in una conferenza di collusioni tra certa mafia e politica, nessuno trova da ridirne. Tanto lo leggeranno in cinquemila e lo ascolteranno in mille. È una soglia fisiologica che si è evidentemente disposti a tollerare. Le cose però cambiano se per caso si ha la sfrontatezza di dirlo in prima serata, di fronte a qualche milione di famiglie che cena davanti al tubo catodico. Tutte persone che non possono avere gli stessi diritti di chi legge un libro, e che rimangono passive a guardare "Che Tempo che fa". Si affacino alla finestra, che volge al brutto.

fonte: l'altravoce.net

mercoledì 7 maggio 2008

Class action, legge da rifare

La legge sull’azione collettiva risarcitoria, la versione italiana della class action americana, entra in vigore il prossimo 29 giugno. Ma le incertezze interpretative legate al testo del nuovo articolo 140-bis del Codice del consumo sono talmente tante, «un numero impressionante», che «e assolutamente opportuno che il nuovo governo e la sua maggioranza adottino quanto prima un provvedimento di ulteriore sospensione … per svolgere un'adeguata riflessione parlamentare».

A lanciare il grido d’allarme sul debutto di questo «ibrido difficilmente classificabile», un’azione collettiva risarcitoria piena di «criticità, paradossi, contraddizioni, lacune ambiguità e passaggi al limite dell’incostituzionalità» è un’analisi sulla “class action all’amatriciana” pubblicato oggi dall’Istituto Bruno Leoni, a firma di Silvio Boccalatte, fellow di IBL.

Questo invito al futuro governo Berlusconi di congelare l’azione collettiva risarcitoria, introdotta con una soluzione «del tutto inopportuna» nell’ultima Finanziaria a firma del governo Prodi, non è una voce isolata dal coro: la preoccupazione che una cattiva legge faccia più danni che altro è condivisa da molte imprese che si sentono sotto tiro (soprattutto per il rischio reputazionale, per i lunghi tempi e gli alti costi legali per difendersi da una miriade di azioni scatenate dall’applicazione retroattiva della norma), da molte associazioni dei consumatori (che temono alti costi infruttuosi e un elevato rischio reputazionale in caso di fallimento delle azioni promosse) e da molti avvocati perplessi per le eccessive ambiguità applicative della legge. Un’analoga richiesta esplicita di sospendere la legge per migliorarla e correggerla è stata avanzata anche dal suo promotore, l’uscente ministro dello Sviluppo Economico Luigi Bersani, che però ha preferito andare avanti, rinviando i ritocchi a dopo ‘entrata in vigore, per evitare che la norma, importante per aumentare la tutela di consumatori e utenti, non finisca dimenticata in un cestino.

Nella sua analisi Boccalatte approfondisce il lungo elenco dei punti deboli della legge: il problema tra interessi collettivi, presupposto per ottenere l’ammissibilità e i diritti lesi di una pluralità di consumatori per quantificare il risarcimento eventuale; il raggio d’azione (cosa dire di disastri ecologici, investimenti in strumenti finanziari quotati?); la definizione di “impresa” (adozione della nozione ampia comunitaria o restrittiva italiana?); l’arduo compito dei giudici di «sbrogliare la matassa di questo caos normativo»; l’indeterminatezza e l’approssimazione nel definire il danno subito (attraverso la stipula di moduli, formulari, contratti firmati o non firmati come biglietti o abbonamenti); il triplice e poco chiaro ruolo del consumatore tra proponente, aderente e interveniente.

Da Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2008