lunedì 9 giugno 2008

Intervista ad ALFREDO BIONDI: Sviluppare un programma liberale moderno

di Paolo Di Muccio
In un’intervista sul Giornale di qualche giorno fa, Lei ha rivelato di essere stato escluso dal Parlamento per il Suo eccessivo attivismo su temi sensibili come le coppie di fatto. Del resto, si sa, Berlusconi non ama chi esprime opinioni autonome. E infatti tutti i liberali scomodi sono stati in certa misura “trombati” dal Principe. L’Italia liberale dovrebbe sentirsi delusa da Berlusconi?
La domanda è formulata in maniera provocatoria. Io invece cercherò di rispondere in termini obiettivi. Non so quanto autonomamente abbia lavorato chi ha fatto le candidature, ma non penso di essere stato oggetto di un veto diretto di Berlusconi. E non mi sono espresso tanto a favore delle coppie di fatto, quanto a favore di un modo civile di risolvere il problema delle convivenze. La mia soluzione, apprezzata dallo stesso Berlusconi, è stata forse ritenuta un po’ troppo liberale all’interno di Forza Italia. Allo stesso modo può aver dato fastidio il mio sostegno voltairiano alla lista di Giuliano Ferrara. Penso comunque che la mia esclusione sia stata determinata da una valutazione di carattere complessivo. Sono un amico leale, ma ho un carattere gobettiamo: è sua la frase “Ma cosa ho da spartire con i servi”. E poi è stato facile servirsi del paravento dell’età: al grido “largo ai giovani” si è trovato il posto per quelli di mezza età...

Lei, fra tutti i liberali della vecchia guardia, è probabilmente il più popolare e sicuramente il più arguto e autoironico. Ha reagito alla Sua “trombatura” con grande signorilità. Ha perfino ammesso di non riuscire a smettere completamente di credere alle promesse di Berlusconi, che ora La blandisce con la garanzia di un posto in Corte Costituzionale. Antonio Martino, invece, commette spesso un peccato alquanto grave per un liberale anglofilo: prendersi troppo sul serio. Escluso dal Governo, ha strepitato come un principino. Ora invece tace rigorosamente. Cosa gli ha promesso Berlusconi?
Guardi, i “trombati” sono quelli che si presentano e non vengono eletti. Io sono semplicemente stato escluso dalla Camera dei Nominati... più che dei Deputati! Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, non si può negare che io abbia ricevuto il maggior numero di voti all’ultima votazione. È altrettanto vera la promessa di Berlusconi e di Bondi. Ogni promessa è debito per un galantuomo, ma un uomo di stato ha anche altri doveri da assolvere, restando galantuomo nel privato. Non penso che Martino sia inattivo perché Berlusconi gli ha promesso qualcosa. Penso piuttosto che alle sue grandi doti accademiche e politiche l’ex-ministro della Difesa associ a volte un orgoglio, apprezzabile di questi tempi!

Al convegno di Montesilvano della Parte Liberale del Pdl (associazione fondata da Diaconale, Giacalone e Taradash che si propone di aggregare tutti i liberali del Pdl) Lei ha detto di voler contribuire a lanciare, in autunno, una nuova costituente liberale. Bisogna però ammettere che i precedenti tentativi di aggregazione sono miseramente falliti. Quali ne sono, secondo Lei, i motivi, e perché pensa che questa possa essere la volta buona nonostante i pareri negativi di Daniele Capezzone e Benedetto Della Vedova?
Sotto elezioni c’è una certa resistenza a definirsi “liberali e basta” o, come direbbe Martino, “semplicemente liberali”. C’è chi preferisce intrupparsi. Inoltre è difficile aggregare chi crede nel principio dell’autonomia individuale. Detto questo, non sono d’accordo con Capezzone e Della Vedova: penso che in un grande partito come il Pdl ci sia l’esigenza di una posizione liberale dichiarata, basata su dei princìpi fermi. E non mi riferisco ad una corrente, ma ad un’area. Sono ancora presidente del consiglio nazionale di FI e auspico che, quando verrà riunito, i liberali si facciano vivi, compreso lo stesso Martino. Nel frattempo sto collaborando ad organizzare una serie di iniziative liberali sul territorio del nord-ovest insieme a Raffaele Costa e ad Enrico Musso. Partiamo il 28 giugno con due convegni gemellati, uno a Cuneo sul tema “Liberali nel Popolo della Libertà” e l’altro a Genova sulle pratiche commerciali delle Coop rosse in Liguria (ora meno rossa).

Altra questione è quella del rapporto tra militanza e rappresentanza liberale nel centro-destra. In molti si sentono lasciati soli, o addirittura snobbati, dai politici di riferimento. Proprio per organizzare questa militanza, la Parte Liberale e il sito Neolib.eu hanno avviato in questi giorni, tramite Internet, un censimento di tutti i militanti liberali del centrodestra. La reazione è stata impressionante. Insomma il popolo liberale vi sta chiamando... voi risponderete?
Io credo di essere stato sempre presente. E continuerò ad esserlo. Risponderò insomma a tutte le chiamate... ripeto però: non ci deve essere una corrente, ma un’area liberale in cui si possa formare un’opinione di riferimento nel Pdl per un programma liberale moderno, illuminato dal grande ideale della libertà.

fonte: L'Opinione delle Libertà

Giovani Veneti

Online il nuovo sito www.giovani-veneti.org
Dal 9 maggio 2008 è online il nuovo sito del movimento Giovani Veneti. Con questa data particolare, a 11 anni dalla liberazione di piazza San Marco, abbiamo voluto legarci idealmente a quello che è stato il momento di svolta di questo processo di liberazione delle Terre e del Popolo Veneto.

Il nuovo sito, oltre ad una grafica nuova ed accattivante, implementa e facilita la gestione dei contenuti, permettendo di scaricare immagini, file, banner e sfondi; consente anche una più semplice consultazione dei comunicati, e a breve sarà attiva anche la sezione iniziative.
E' cambiato anche l'indirizzo così da avere più spazio per i contenuti e più libertà. Il vecchio indirizzo punterà in automatico a quello nuovo, ma consigliamo comunque di collegarsi direttamente al nuovo sito www.giovani-veneti.org .

Per San Marco,
Movimento Giovani Veneti

sabato 7 giugno 2008

No TAV: appuntamenti di giugno

"COMPRA UN POSTO IN PRIMA FILA"- Atto 2°
Appuntamento per la firma dell'atto di acquisto DOMENICA 15 GIUGNO al Presidio di Venaus


Torino: Martedì 10 Giugno, alle 21,
al cinema Baretti (via Baretti 4, zona S: Salvario)
ci sarà la proiezione del nuovo documentario "Il vento che fermò il treno", realizzato da Ambientevalsusa e prodotto da Pro Natura. INGRESSO LIBERO
qui di seguito è possibile visionarne il trailler:


No TAV: l'intervento di Marco Travaglio

venerdì 6 giugno 2008

Federalismo e identità: così la Catalogna fa la fortuna della Spagna

di Gilberto Oneto
La prima volta che sono andato in Spagna era agli inizi degli anni Sessanta quando ci volevano il visto e una buona dose di spirito dell’avventura. Da allora ci sono tornato tante volte da turista e ne ho registrato i cambiamenti.
Le scorse settimane ci sono andato proprio con lo scopo di infliggermi il doloroso compito di capire perchè lì il mondo sia andato avanti e da noi sia rimasto fermo. L’ho fatto scegliendo la Catalogna per trovare la massima analogia con la nostra realtà. Come la Padania è divisa in 8 regioni amministrative, il Paese catalano lo è in tre Comunità (la Catalogna propriamente detta, Valencia e le Baleari) e un pezzo di Aragona, in uno Stato indipendente (Andorra), un porzione di Francia (il Rossiglione) e un angolo di Sardegna (Alghero). Le similitudini sono tante: la Generalitat (Barcellona) ha circa la metà di tutta la popolazione catalana, la Lombardia un terzo di quella padana; entrambe le aree sono le più progredite, ricche ma anche intasate di immigrati dei due paesi.
40 anni fa la Spagna – Catalogna compresa - era un paese arretrato e povero: le sue strade erano oggetto di sarcasmo per tutta Europa, aveva ferrovie da Far West e le sole automobili locali erano poche migliaia di Seat 600 e alcuni ridicoli “minicoches” Biscuter o PTV, oggi oggetto di collezionismo come le Trabant. L’Italia (la Padania) era invece il quinto produttore di auto e si stava dotando della più efficace rete autostradale del continente. Tutto il resto seguiva lo stesso trend.
Oggi tutto è rovesciato. La Catalogna è stipata di Suv e di autostrade, e le strade ordinarie sono una meraviglia. L’intera regione è collegata con linee ferroviarie con caratteristiche (frequenza, puntualità, capacità) di metropolitane: il solo segno di “famigliarità” che possiamo cogliere sono i graffiti. Le linee metro di Barcellona sono il doppio di quelle di Milano. Il paese è pulitissimo, con sistemi di raccolta differenziata efficienti: soprattutto i centri minori fanno invidia agli svizzeri: le spiagge vengono “scopate” tutte le mattine e una deiezione canina fuori posto costa fino a 750 Euro.
Gli immigrati sono tanti ma non ci sono cinesi che espongono merce sui marciapiedi o zingari palesemente interessati alle altrui proprietà. I ristoranti espongono i prezzi, tutto costa meno e i casellanti dicono grazie e salutano.
Ma è soprattutto l’aspetto identitario a lasciare meravigliati e frustrati. La toponomastica è locale, simboli e bandiere catalane imperversano. La lingua è ovunque: in Padania la Repubblica riconosce solo qualche blando diritto al friulano. Sulla Rambla di Barcellona la Generalitat ha aperto una libreria in cui si trova tutto ciò che è catalano e catalanista, dai volumi d’arte ai manifesti, dai libri di storia fino a pubblicazioni decisamente indipendentiste. Come se la Regione Lombardia in Galleria vendesse i Quaderni Padani.
Tutto questo è frutto dell’autonomia e delle enormi risorse che la Catalogna si trattiene senza darle a Madrid. Ma è soprattutto il risultato del cuore e delle idee, della voglia di “fisicizzare” la libertà e l’identità. Del sentirsi catalani nella cultura prima ancora che nel portafoglio.
I soldi sono fondamentali ma occorre gestirli con intelligenza.
Al porto di Barcellona – pulito e ordinato – a ricevere i traghetti ci sono due poliziotti e due Guardia Civil. A Genova salgono a bordo 4 agenti a controllare i documenti (il traghetto parte da Tangeri ed è normale), all’uscita ce ne sono altri 4 o 5 e altrettanti finanzieri. Non è finita: poco più in là fra cartacce, furgoni mal posteggiati e anche un carrello di supermercato, staziona una dozzina di agenti in borghese che fermano tutti per chiedere da dove si arriva, cosa si è andati a fare e dove si va. Lo fanno senza altro segno di riconoscimento che la mitica paletta (icona dell’italico potere), sicuramente a fin di bene e per scoraggiare ingressi clandestini, ma anche alla faccia dell’efficienza (più di una ventina di agenti contro 4), di Schengen, dei diritti costituzionali e della buona educazione. Ecco la differenza con la Catalogna.
Ma coraggio: sugli edifici più alti del porto di Genova sventola la Croce di San Giorgio. Prendiamolo come segno di buon auspicio e di speranza.

Tabacci alla Lega: "non toglie l'Ici, chi vuole il federalismo"

La concorrenza che serve arriva con il federalismo

di Carlo Lottieri
Le posizioni in tema di federalismo fiscale cominciano a definirsi: e dopo la presentazione di un disegno di legge da parte del ministro Umberto Bossi, ora sono le regioni a prendere posizione. Abbiamo così il presidente lombardo Roberto Formigoni che sta sviluppando una sua rete diplomatica (anche in dialogo con il Pd), mentre pure il Sud si rende conto dell'urgenza della questione. In particolare, molto attivo appare Michele Iorio, presidente del Molise, che pur essendo di centro-destra si è detto disponibile a stringere alleanza con colleghi di sinistra al fine di tutelare il Meridione. Se la discussione si sviluppa però in questo modo, riproponendo vecchie contrapposizioni, si rischia di non andare da nessuna parte. Perché se certo è vero che con la riforma federale della finanza pubblica è destinato a diminuire (come è giusto che sia) il flusso di denaro che oggi raggiunge il Mezzogiorno, la questione cruciale è però un'altra.
I trasferimenti vanno ridotti perché - come tutti sanno - hanno fatto soltanto il male del Mezzogiorno. Da decenni Antonio Martino parla del denaro pubblico come di una droga che progressivamente indebolisce il tessuto sociale delle regioni meridionali, impedendo lo sviluppo di un'economia dinamica e basata sull'imprenditoria privata. Al tempo stesso, però, è del tutto ovvio che tale cambiamento avverrà in maniera graduale e che vi sarà un meccanismo perequativo che, almeno all'inizio, aiuterà le regioni più povere. Il punto allora è un altro.

Quello che al Nord e al Sud gli italiani devono comprendere è che il federalismo fiscale è nell'interesse di tutti, perché qui non si tratta tanto di dividere diversamente la torta, ma di farne crescere le dimensioni. Dare potestà fiscale ai comuni e alle regioni, eliminando o comunque fortemente ridimensionando il sistema dei trasferimenti (la cosiddetta finanza derivata), vuol dire introdurre una forte responsabilizzazione delle classi politiche locali, obbligandole a gestire e a spendere meglio il denaro che i loro elettori verseranno nelle casse degli enti locali. È questo un modo fondamentale per ridurre, se non eliminare, sprechi e clientele.

Ma ancor più importante è che si mettano in concorrenza tra loro le regioni e anche i comuni. Solo in questo modo possiamo sperare di avere tasse più basse (perché questo sarà l'esito della concorrenza) e servizi meglio gestiti. Se un paese federale come la Svizzera ha una tassazione molto inferiore della nostra è soprattutto perché spostandosi da un cantone all'altro si cambia il regime fiscale, e siccome si tratta di piccole realtà spostarsi è facile e poco costoso. Vedere nel progetto federalista soltanto una contrapposizione di egoismi rischia di non far cogliere il dato maggiore: e cioè che grazie a tale riforma l'intero Paese può uscire migliorato nel suo insieme, in condizione di avere classi dirigenti più responsabili, e meglio protetto nei diritti dei singoli, così da poter crescere e svilupparsi.

fonte: Il Tempo, 6 giugno 2008

lunedì 2 giugno 2008

humor: Vuoi diventare milanese? Ecco la scuola...

Giacomo Leopardi era leghista?

Naturalmente il titolo è forzato e provocatorio, ma vuole evidenziare come il poeta romantico venne spesso definito uno dei migliori scrittori nazionali, senza mai approfondire ciò che Leopardi pensava della nazione, e dell'Italia nello specifico. Emblematici sono alcuni suoi scritti nello Zibaldone, il suo diario personale, scritto tra il 1817 ed il 1832, e pubblicato nel 1900 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci.
Egli era fortemente ostile al concetto delle macronazioni moderne che si stavano imponendo in gran parte dell’Europa, poiché definiva illegittimo ogni governo o stato, in quanto i cittadini non erano più tali, ma divenivano semplici sudditi. Leopardi non vedeva in questi macrostati delle nazioni o patrie, ma solo governi. Egli rimane ancorato all’idea di nazione del mondo antico, distinta da un carattere aperto e pubblico che favoriva la vita popolare; altresì individua, a partire dal XVII secolo in Francia, la nascita del dispotismo delle nazioni moderne, dove il potere rimaneva nelle mani di poche o, addirittura, di una sola persona.

Ma da che il progresso dell'incivilimento o sia corruzione, e le altre cause che ho tante volte esposte, hanno estinto affatto il popolo e la moltitudine, fatto sparire le nazioni, tolta loro ogni voce, ogni forza, ogni senso di se stesse, e per conseguenza concentrato il potere intierissimamente nel monarca, e messo tutti i sudditi e ciascuno di essi, e tutto quello che loro in qualunque modo appartiene, in piena disposizione del principe; allora e le guerre son divenute più arbitrarie, e le armate immediatamente cresciute. Ed è cosa ben naturale, e non già casuale, ma conseguenza immancabile e diretta della natura delle cose e dell'uomo.[1]

Riguardo alla situazione italiana, Leopardi denunciava una mancanza totale di un principio di aggregazione, a differenza di altri Stati come la Francia o l’Inghilterra, infatti in Italia era possibile rilevare la presenza di un popolo, ma non di una nazione, poiché al suo interno esistevano usanze differenti tra loro, non costumi. Egli rileva quindi la mancanza, fondamentale, di comportamenti uniformi e condivisi da quelli che dovevano essere “cittadini italiani”. L’Italia, per Leopardi, non poteva essere un'unica patria perché non possedeva un'unica capitale, una lingua condivisa o istituzioni comuni.

La Germania ne profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia nella lingua, la quale essenzialmente non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. Certo se v’è nazione in Europa colla cui costituzione politica e morale e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria.[2]

Il poeta, analizzando la situazione italiana, non rilevava un popolo formato da cittadini, ma solamente una mescolanza di individui che vivevano in ambienti diversi; egli infatti evidenzia le problematiche delle regioni meridionali in quanto ad arretratezza civile e diversità etnica, culturale e linguistica rispetto alle regioni settentrionali. Emblematico rimane il suo pensiero sulla civiltà antica e su quella napoletana:

Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’ romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche, sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia).[3]

Danilo Formica

[1] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 905

[2] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. pp. 2064 - 20065

[3] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, cit. p. 4290

mercoledì 28 maggio 2008

"Io, Serenissimo e mai pentito"


A dieci anni dal clamoroso blitz, parla uno dei responsabili che fu poi coinvolto nell’assalto in piazza San Marco a Venezia
«Io, Serenissimo e mai pentito»

Andrea Viviani: «Le interferenze al Tg1? Allora servivano, ma non lo rifarei» Le incursioni audio al telegiornale per ricordare la fine di Venezia

«Le interferenze sul telegiornale? Non le rifarei ma non sono pentito. Nel marzo del 1997, dovevano essere fatte per celebrare il 200. anniversario della fine della Repubblica Veneta». Andrea Viviani, 36 anni, non molla le sue posizioni politiche-autonomiste a dieci anni di distanza da quelle incursioni televisive, culminate poi il 9 maggio del 1997, con l’assalto in piazza San Marco a Venezia. E anche se è cambiato il metodo, ora non più clandestino e fuorilegge, gli ideali restano. E resta ancora più in vita che mai il Veneto Serenissimo governo di cui l’operaio di Colognola ai Colli fa parte da più di 10 anni anche se ora in qualità di vice presidente e cancelliere. «Ma adesso svolgiamo le nostre attività alla luce del sole: inviamo spesso anche i comunicati stampa ai giornali» afferma Andrea Viviani. Smessi i panni degli indipendentisti clandestini, Viviani e soci hanno intrapreso una nuova strada politica, formando un movimento di liberazione che ha lo stesso nome di quegli anni di fuoco: Veneto Serenissimo governo.
Era domenica 23 marzo 1997 quando Andrea Viviani, insieme ad altri cinque componenti del Veneto Serenissimo governo, tra i quali l’altro veronese Luca Peroni, il lodigiano Luigi Faccia e il padovano Antonio Barison salirono sul monte San Briccio per compiere il primo «attacco» scaligero sulle onde che stavano trasmettendo il Tg 1 delle 20. «Io svolgevo le funzioni di palo, controllavo che non arrivasse nessuno», racconta Andrea Viviani, «mentre chi svolse le interferenze con le antenne sul Tg1 furono Faccia e Barison».
Che atmosfera regnava nel vostro gruppo?
«Eravamo molto soddisfatti, soprattutto, dopo l’incursione al Tg1 del 17 marzo a Venezia. Avevamo tentato più volte senza, però, mai raggiungere lo scopo. Da quel giorno le cose sono cambiate visto anche le clamorose reazioni su giornali e tivù che suscitarono le nostre iniziative».
Qual era lo scopo di quegli atti dimostrativi?
«Volevamo divulgare i nostri ideali in occasione del duecentesimno anniversario della fine della Repubblica Veneta. Volevamo preparare il popolo della nostra regione all’evento del 9 maggio (l’assalto in piazza San Marco ndr).
Non ritiene che fu un gesto troppo grave e inquietante per ricordare quei fatti di duecento anni prima? Avete usato anche un tanko e le armi.
«Le ripeto: non lo rifarei ma non sono pentito. D’altro canto, dovevamo reagire all’ingiustizia subita nel 1866».
A cosa si riferisce?
«Il Veneto in quell’anno è stato occupato militarmente con la forza dello Stato».
Ma ci fu anche un plebiscito che sancì la volontà del popolo veneto ad unirsi all’Italia.
«In quella votazione, chi optava per il no, veniva schedato e, infatti, ci furono solo 69 schede contrarie all’annessione sulle 694mila depositate nelle urne. Si trattò di un plebiscito illegale».
Lei fu arrestato subito dopo l’assalto a San Marco il 9 maggio 1997. Quanto rimase in carcere?
«Restai per due mesi, poi tornai in cella nel marzo del ’99 e ne uscii definitivamente nel settembre di quello stesso anno».
Che ricordo ha del periodo trascorso in carcere?
«Ho letto molto e avevo come compagno di cella il mio amico Luca Peroni con il quale ci siamo sempre trovati bene».
Lei non ritiene di aver rischiato parecchio in quelle azioni indipendentiste?
«Ma c’era qualcuno che dall’alto mi ha sempre protetto».
A chi si riferisce?
«A San Marco, ovviamente».

fonte:
"L'Arena" del 26 marzo 2007

I "Serenissimi" a Montichiari (BS), i commenti e le foto:

Non è stata una rievocazione storica, e neppure una manifestazione folcloristica. L’amministrazione comunale di Montichiari ha patrocinato l’evento come un convegno, intitolandolo «La presa del campanile di San Marco del 9 maggio 2007». Ma non ci sono state solo le relazioni offerte in sala consiliare dall’associazione veneta «Vesta».
Ieri, a Montichiari è accaduto qualcosa di più, davanti a molti curiosi e testimoni. Alle 11, lo show è iniziato col comandante di un drappello di figuranti vestiti da militari della Serenissima ai tempi di Napoleone, che ha ordinato l’alzabandiera; e mentre una doppia scarica di fucileria riempiva l’aria, dalla piazza del municipio è stato ritirato il tricolore e al suo posto è stato innalzato lo stendardo col leone di San Marco.
Poi tre rappresentanti della giunta del sindaco Gianantonio Rosa (la vicesindaco Elena Zanola e gli assessori Massimo Gelmini e Gianluca Imperadori) hanno sfilato davanti al gruppetto armato per una sorta di «onore delle armi». Perchè tutto questo? Lo ha spiegato Maurizio Ruggiero, segretario del «Comitato celebrativo pasque veronesi», ricordando che «a Montichiari, nell’aprile 1797 ci fu l’ultima resistenza della Repubblica Veneta all’invasore francese, e il generale Antonio Maffei descrisse quella giornata nelle sue memorie».
In quelle pagine si legge che oltre tremila cittadini monteclarensi andarono incontro alle truppe veneziane accogliendole in festa, dando la loro disponibilità ad aiutare i soldati a respingere l’invasore francese comandato da Napoleone Bonaparte.
Dunque il picchetto d’onore della milizia veneta ha voluto ringraziare il Comune di Montichiari per quel gesto di due secoli fa? Forse. Di certo in piazza c’era anche una presenza un po’ inquietante: davanti al Municipio campeggiava il «tanko Marcantonio Bragadin»: il blindato dei «serenissimi» utilizzato per l’assalto al campanile di San Marco, a Venezia, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1997. Sotto i portici del Comune invece erano state sistemate due bancarelle per la vendita di libri di storia della Repubblica di Venezia.
E veniamo al convegno nella sala consiliare, che ha visto gli interventi del vicesindaco Zanola, di Diego Alberti Alberti, di Flavio Contin (uno dei serenissimi del 1997), di Davide Guiotto (delle Raixe venete), dell’avvocato dei serenissimi Lorenzo Fogliata. Rievocazione storica? Non solo. Nel sito della Serenissima leggiamo che «a fronte delle continue violazioni dei trattati internazionali da parte dell’occupante italiano, il veneto serenissimo governo il 20 luglio 2008, come già il 24 agosto 1996, con solenne atto dichiarerà, di fronte a Dio, alla storia e al popolo veneto la ricostituzione della veneta serenissima repubblica». C’è da chiedersi che cosa accadrà davvero.

fonte: http://www.bresciaoggi.it/ultima/oggi/cronaca/Aad.htm

Le foto della giornata:


martedì 27 maggio 2008

Spot, in Germania c'è Toni l'italiano!

Una catena di elettrodomestici reclamizza le sue offerte per i Campionati Europei affidandosi ai peggiori stereotipi sugli italiani

Il protagonista dei quattro spot si chiama Toni: tuta, canottiera, catena d'oro e scudetto tricolore. E un maccheronico accento italiano.

Nel primo spot, Toni cerca un commesso di sesso maschile perché ''solo gli uomini s'intendono di tecnologia e di calcio''. Ma quando passa un'avvenente commessa, il latin-lover che è in lui esce allo scoperto.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20598

Toni e gli arbitri
(25 maggio 2008)

Nel secondo spot, Toni dice: ''I tedeschi sono impazziti per gli Europei, non fanno che comperare televisori, frigoriferi e pc. Invece noi italiani compriamo gli arbitri." Per poi aggiungere: "Si fa per scherzare!''

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20599

Toni e l'amicizia
(25 maggio 2008)

Nel terzo spot, Toni riceve una chiamata da un amico che gli chiede di informarsi sul prezzo di un televisore. Dopo aver domandato ad un commesso, che gli risponde: "799 Euro", Toni riferisce all'amico: ''Solo mille Euro"

Si lascia intendere che Toni farà la cresta sulla differenza.

http://tv.repubblica.it/home_page.ph...&cont_id=20600

venerdì 23 maggio 2008

La presa del campanile di San Marco

Montichiari (BS) 25 maggio 2008

L'associazione VESTA con il patrocinio del COMUNE DI MONTICHIARI organizza per DOMENICA 25 MAGGIO alle ore 10.00 presso la sala consiliare del COMUNE DI MONTICHIARI, un convegno dal titolo

"LA PRESA DEL CAMPANILE DI S. MARCO: 9 MAGGIO 1997"

programma:
- Ostensione del "TANKO", il blindato dei serenissimi utilizzato per la presa del Campanile. Picchetto d'onore della Milizia Veneta nelle uniformi storiche e sparo a salve.
- Saluto del sindaco Gianantonoio Rosa
- Introduzione del dott. Diego Alberti Alberti (ass. Vesta) .... (e addetto stampa noterdechedelada n.d.r.)
- "Il perchè del 9 maggio 1997". Prolusione di FLAVIO CONTIN (uno dei Serenissimi)
- "Cosa vuol dire essere Veneti oggi". Prolusione di DAVIDE GUIOTTO (Raixe Venete)
- "1797. La devastazione dello stato di San Marco". Prolusione dell' avv. LORENZO FOGLIATA
- "L'insorgenza nelle valli Camonica, Trompia e Sabbia nel 1797". Prolusione del prof. PAOLO BORSETTO.

Durante il convegno la Milizia Veneta percorrerà alcune vie della città. Seguirà rinfresco.

fonte: ASS. CULTURALE NOTER DE CHE DEL ADA

giovedì 22 maggio 2008

Un posto in Parlamento aumenta il reddito del 78%

Un terzo di laureati in meno del 1948

«Spirito di servizio». Non c’è deputato o senatore, ministro o sottosegretario, che non giuri con tono solenne di far politica solo per questo: «Spirito di servizio». Manco fossero tutti emuli di Alcide De Gasperi che per andare alla Casa Bianca si fece prestare il cappotto da Attilio Piccioni. Sarà... Ma i numeri dicono che l’elezione al Parlamento ha sempre meritato il «cin cin» con lo spumante migliore: coincideva infatti con un aumento medio del reddito personale del 78%. A Roma! A Roma!
Oddio, una volta era un po’ diverso. Nel 1983, un quarto di secolo fa, chi sbarcava a Montecitorio o a Palazzo Madama vedeva i suoi guadagni salire mediamente del 33%. Un incremento buono, ma ridicolo rispetto alla botta di vita dei successori. Chi diventò parlamentare nel 1996 si ritrovò in tasca, in media, addirittura il 109,2 per cento in più di quanto aveva dichiarato l’anno precedente. Al punto che, dopo aver assaggiato tutte le leccornie del Palazzo, quelli che hanno via via deciso per loro scelta (e non perché trombati) di tornare al mestiere di prima sono diventati più rari del dugongo. Perfino gli imprenditori, una volta «discesi in campo», scelgono nella misura del 37% di lasciar perdere quanto facevano per restare sui diletti scranni. Per non dire dei medici (che decidono di rimanere in politica e non rientrare nei reparti o negli ambulatori nel 45% dei casi), dei giornalisti (44%), degli autonomi (49%), degli operai (61%) o dei rappresentanti di categorie professionali: solo uno su cinque rientra nell’ufficio da cui proveniva, sei su dieci si avvinghiano al seggio e non lo mollano più.
Lo dice la ricerca formidabile di un gruppo di economisti: Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, Vincenzo Galasso della Bocconi, Massimiliano Landi della Singapore Management University e Andrea Mattozzi del California Institute of Technology. Si intitola «Il mercato del lavoro dei politici » e accenderà sabato mattina il dibattito, a Gaeta, sul tema «La selezione della classe dirigente ». Un convegno promosso dalla «Fondazione Rodolfo Debenedetti» che ruoterà poi intorno all’altra metà del tema, vale a dire «La classe dirigente imprenditoriale», studiata da Luigi Guiso, dell’Istituto Universitario Europeo, insieme con tre docenti della London School of Economics, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Raffaella Sadun.
Un dato: la «fedeltà» alla famiglia proprietaria dell’azienda conta così tanto, da noi, da rovesciare il rapporto che vale in tutto l’Occidente, dove contano i risultati: da uno a tre a tre a uno. Un altro: dei manager italiani, quelli che lavorano in Lombardia sono il 42%, nel Sud il 5. Una sproporzione apocalittica. Che preannuncia un futuro di nuvoloni neri neri.

Ma torniamo ai politici. Dice la ricerca, coordinata come l’altra da Tito Boeri, il docente della Bocconi animatore de «lavoce. info», che prendendo in esame tutti gli eletti dal 1948 al 2007 non ci sono dubbi: la classe parlamentare della Prima Repubblica era nettamente migliore. Certo, la percentuale di donne è nei decenni triplicata, pure restando lontana da quella dei paesi europei più avanzati. Ma il livello qualitativo, per non dire della «freschezza» generazionale, si è drammaticamente abbassato: «I nuovi deputati erano più giovani e più istruiti durante la prima repubblica. L’età media in cui si entrava in parlamento era di 44,7 anni, contro i 48,1 anni della Seconda. La percentuale dei nuovi eletti in possesso di una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo: dal 91,4% nella I Legislatura, al 64,6% all’inizio della XV Legislatura».
Un crollo di 27 punti. Che risulta ancora più vistoso e preoccupante nei confronti internazionali. Come quello con gli Stati Uniti dove, al contrario, i laureati presenti in Parlamento sono saliti dall’88% al 94%. Trenta punti sopra di noi. C’è poi da stupirsi che l’università (e non parliamo della scuola) sia sprofondata nel pressoché totale disinteresse dei governi al punto che nelle classifiche internazionali del Times di Londra e della «Shanghai Jiao Tong University» non riusciamo a piazzare un solo ateneo tra i primi cento e neppure uno del Mezzogiorno nei primi trecento?

Scrivono Merlo e i suoi colleghi che quasi due parlamentari su tre «rimangono in Parlamento per più di una legislatura, anche se solo uno su dieci vi rimane per più di 20 anni» e che «dopo l’uscita, il 6% va in pensione, quasi il 3% in carcere, ma quasi uno su due rimane in politica». Spiegano inoltre che, per quanto siano difficili questi calcoli, alcuni «indicatori di qualità » (e cioè il livello d’istruzione, il grado di assenteismo e la «abilità intrinseca di generare reddito nel mercato del lavoro») consentono di affermare non solo, come si diceva, che la classe politica attuale è più scarsa di quella precedente al 1993. Ma che la statura dei nostri parlamentari d’oggi è inferiore anche professionalmente, nella vita privata, a quella dei loro predecessori. Quelli, nei loro mestieri da «civili», stavano tutti (dalla Dc al Msi, dal Psi al Pci) al di sopra della media nelle rispettive professioni. Questi, con la sola eccezione di Forza Italia (+0,04) stanno mediamente al di sotto.
Eppure, via via che calava la loro statura culturale, politica, manageriale, sono stati sempre più benedetti da un acquazzone di denaro. Quante volte ci siamo sentiti dire «faccio politica per passione perché economicamente guadagnavo di più prima»? Falso. Dati alla mano, quelli che nella Prima Repubblica ci perdevano a fare il deputato anziché il medico, il notaio o l’avvocato erano il 24% dei democristiani, il 21% dei socialisti, il 19% dei repubblicani... Oggi sono solo il 15% degli azzurri, l’11% degli ulivisti, l’8% dei neo-democristiani, il 6% dei nazional-alleati. Gli altri, a partire dai rifondaroli per finire ai leghisti, ci guadagnano e basta. E tanto.

Dal 1985 al 2004, dice la ricerca curata dal gruppo che ruota intorno a «lavoce.info», l’approdo sugli scranni delle Camere «è stato particolarmente redditizio. Infatti, il reddito reale annuale di un parlamentare è cresciuto tra 5 e 8 volte più del reddito reale annuale medio di un operaio, tra 3,8 e 6 volte quello di un impiegato, e tra 3 e 4 volte quello di un dirigente». Di più: grazie alla possibilità di cumulare altri lavori, esclusa salvo eccezioni in paesi seri come gli Stati Uniti, «dalla fine degli anni ‘90, il 25% dei parlamentari guadagna un reddito extraparlamentare annuale che è superiore al reddito della maggioranza dei dirigenti». Quanto al «prodotto», lasciamo stare. È così scarso, rispetto alle remunerazioni, da aver creato un paradosso. Forse, ironizzano gli economisti, è per colpa dell’ «aumento dell’indennità parlamentare che ha portato in Parlamento persone le cui maggiori competenze erano altrove nel mercato del lavoro, ma non in politica ». Un gentile eufemismo per non parlare di certi somari incapaci di fare qualunque altro mestiere se non quello del politico a tempo pieno. Certo è, suggeriscono, che «per ridurre quest’effetto di selezione avversa si potrebbe eliminare il cumulo dei redditi dei parlamentari con gli altri redditi, come già avviene negli Stati Uniti, e indicizzare l’indennità parlamentare al tasso di crescita dell’economia. Ciò consentirebbe anche di aumentare l’impegno parlamentare dei deputati, poiché in media ogni 10.000 euro di extra reddito si riduce la partecipazione in Parlamento dell’1%». Avete letto bene: chi col secondo mestiere prende 50mila euro in più lavora il 5% in meno, chi ne guadagna 100mila il 10% e così via. Morale: vuoi vedere che per far lavorare di più certi assenteisti cronici occorre farli guadagnare di meno?

Gian Antonio Stella

fonte: Corsera del 22 maggio

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"Padania Ladrona": la lettera dell'ex Ministro Pagliarini

A seguito del mio post sulla vicenda del fallimento della "Credieuronord", la banca della Lega Nord, mi ha scritto l'ex Ministro al Bilancio Giancarlo Pagliarini, inviandomi via email la lettera che inviò circa due anni fa, prima di uscire dalla Lega Nord, ai ministri, deputati e senatori leghisti; ve la riporto fedelmente qui di seguito:

Per Umberto Bossi

Calderoli, Castelli e Maroni

Deputati e Senatori della Lega

Da Giancarlo Pagliarini

Data 2 Marzo 05

Oggetto Costo dei servizi bancari in Italia

In questi giorni ho discusso con qualcuno di voi (Calderoli, Giorgetti, Maroni ed altri) per cercare di capire i motivi della nostra posizione sulle banche.

Vi allego uno studio dal quale risulta, tra le altre cose, un confronto dei costi che le imprese di 11 Stati sostengono in un anno per i servizi delle loro banche. E’ il risultato di otto mesi di lavoro in 11 paesi e in 73 banche.

Il risultato è questo: se una impresa italiana paga 100, il costo sostenuto dai suoi concorrenti francesi , spagnoli e tedeschi per comperare sostanzialmente gli stessi servizi è 50 (si, avete letto bene: 50). Negli Stati Uniti 85, in Inghilterra 27, in Olanda 15 eccetera.

Il dettaglio lo potete vedere nell’Allegato 1. Questi dati valgono per le aziende e anche per i privati cittadini.

Ho intenzione di approfondire questo studio perché avevo già intenzione di utilizzarlo per una delle “lezioni di economia” per Telepadania e sono già in contatto con i rappresentanti italiani della Cap Gemini Ernst & Young. Da “giovane” ho partecipato a molti di questi progetti e ne ho anche gestito qualcuno in prima persona: hanno qualche difetto (per esempio nella figura 1 dello studio che vi allego c’è una errata corrige. Il dato per l’Italia non è il 501 di pagina 3 ma il 206 che vedete nella pagina successiva, che migliora la situazione dell’ Italia e che io ho utilizzato per elaborare i dati che vedete nell’Allegato 1) ma hanno anche moltissimi pregi, e di solito i risultati hanno quasi sempre un valore segnaletico molto significativo.

L’equazione per il momento, è questa: aiutare le banche italiane evitando di esporle alla concorrenza internazionale significa condannare gli imprenditori padani a pagare per i servizi bancari come minimo il doppio dei loro concorrenti. E questo vale anche per risparmiatori e normali cittadini.

Se questi dati sono corretti, credo che dovendo scegliere tra banche da una parte e aziende e risparmiatori dall’altra non dovremmo avere nessun dubbio.

I nostri imprenditori devono già sopportare il peso della pressione fiscale e contributiva più alta dell’UE (1), il costo dell’energia è supera di circa il 30% quello dei loro concorrenti europei, i servizi e le strade sono ormai da terzo mondo, e anche il costo dei servizi che ricevono dalle banche sono il doppio di quelli che sostengono i loro concorrenti (“solo” il doppio quando va bene, perché nel caso dell’Inghilterra sono il triplo).

Non è un problema di “scalate”, oppure di banche italiane o di banche “straniere” (tra virgolette perché, cosa volete, io ho qualche difficoltà a considerare “stranieri” i catalani, gli abitanti della Baviera o quelli dell’Essex) : il problema si chiama mancanza di concorrenza. Certo, mi rendo perfettamente conto che togliere le responsabilità dell’antitrust alla Banca d’Italia e prevedere che la durata della carica del Governatore, a differenza del Papa, non sia a vita non risolve il problema. Ma sarebbe comunque un segnale incoraggiante. Un segnale di voler almeno cominciare a cambiare qualcosa.

Questa situazione si risolverà solo con più concorrenza. Spero siate d’accordo e vi chiedo, se siete d’accordo, di ricordarlo in ogni circostanza.

Giancarlo Pagliarini


(1) La pressione fiscale ufficiale è appena scesa di un punto e adesso siamo al 41,8% del PIL, ma non dimenticate che nella stima del PIL l’ISTAT include anche la stima dell’economia sommersa. Questo vuol dire che quel 41,8 non lo pagano in 100, ma circa in 80. Dunque la pressione fiscale vera che sopportano quelli che pagano le tasse per mantenere questo Stato è ben superiore al 50%.


P.S.: Questa è la lettera che Pagliarini ha fatto girare in aula a Montecitorio quando venne votata la modifica a favore di Fazio della legge sul risparmio. Giancarlo Pagliarini si dissociò dal gruppo ed ha votato contro l’emendamento pro Fazio depositato da FI

Rassegna stampa sulla vicenda "Credieuronord"

Pubblico di seguito alcuni articoli inviati da Pagliarini sempre sulla vicenda "Credieuronord" (clicca sopra per ingrandirli):


mercoledì 21 maggio 2008

Insubria Terra d'Europa

Dal 5 maggio al 1 giugno, a Varese, conferenze, spettacoli, concerti al Festival "Insubria Terra d'Europa".

Per informazioni:

http://www.insubriaterradeuropa.net/
Interverranno tra gli altri:
Luciano Lutring, Angelo Branduardi, Davide Van de Sfroos, Vittorio Sgarbi, Giancarlo Giorgetti, Filippo Penati, Dario Galli, Luisa Bonesio, Roberto Corbella ecc...
Organizzazione Ass. cult. Terra insubre.

"Giornata ecologica"

martedì 20 maggio 2008

Nel decreto sicurezza si nasconde un'altra norma "ad personam" per Berlusconi

Doveva essere il decreto legge per garantire la sicurezza dei cittadini e contrastare l`immigrazione. Rischia di diventare, per una norma che sembra fatta su misura per i processi di Berlusconi, un`altra scatola, un contenitore come lo fu la Cirielli, per risolvere i problemi giudiziari del Cavaliere. In particolare il processo per la falsa testimonianza Mills a Milano.

Si scopre tutto all`improvviso quando i testi, un decreto, un disegno di legge, tre decreti legislativi, arrivano all`esame del pre-consiglio a palazzo Chigi. Non c`è il reato d`immigrazione clandestina, ma in compenso, e si tratta di due norme su cui finora era stato mantenuto il più stretto riserbo nonostante le numerose anticipazioni, il governo vuole chiedere ai giudici di anticipare tutti i processi per fatti che abbiano messo «in pericolo la sicurezza pubblica e abbiano comportato grave allarme sociale».

Che vuol dire: i dibattimenti per violenze e rapine gravi andranno fatti prima di tutti gli altri. Ma non solo: scegliendo la data del 31 dicembre 2001, l`esecutivo decide di riaprire la possibilità, oggi vietata, di accedere al patteggiamento anche per tutti i processi già incorso. Quindi, anche per il processo Mills che è giunto ormai in dirittura finale. Solo «per valutare l`opportunità della richiesta» il decreto concede 60 giorni di tempo, un periodo in cui prescrizione e custodia cautelare restano «sospesi».

Non appena legge il testo, l`ex pm di Milano e leader dell`Idv Antonio Di Pietro esplode: «Questa norma è ancora più grave delle leggi ad personam fatte durante il precedente governo Berlusconi. È una legge ponte, un mezzo per un futuro colpo di spugna. Qui si approfitta di un`emergenza nazionale, di un problema di grave sicurezza, per infilare nel testo un articolo che non c`entra nulla e che si risolve nel buttare via il lavoro della magistratura e della polizia».

Di Pietro è una furia: «A tutti gli effetti, insisto, si tratta di un colpo di spugna mascherato. Il patteggiamento serve ed è utile perché concede uno sconto di pena all`imputato a patto che non si perda tempo nel fare il processo. Ma se invece il processo è già in corso, come in questo caso, e magari marcia verso la conclusione, questo patteggiamento a che serve? Siccome niente viene mai fatto per niente da Berlusconi, e la norma è irrazionale e del tutto irragionevole, è evidente che l`obiettivo è un altro: realizzare una legge-ponte, una legge-mezzo per giungere poi a un`altra, un nuovo lodo Schifani che blocchi i processi perle alte cariche dello Stato».

Articolo 2, comma 2, punto 4. L`articolato non lascia dubbi. Anche se è arrivato a palazzo Chigi dopo un duro braccio di ferro tra l`estensore del testo, giusto l`avvocato del Cavaliere Niccolò Ghedini, il ministro leghista Roberto Maroni e il sottosegretario aennino Alfredo Mantovano che non capivano bene le ragioni di quel patteggiamento ripescato proprio per i reati commessi fino al 31 dicembre 2001.

Perché mai quella data? Il sospetto era chiaro: giusto il processo Mills che si celebra a Milano, in cui Ghedini difende il premier, e che dopo la sospensione durante le elezioni si avvia ormai alla sentenza prevista per l`estate. Chi partecipa alle riunioni sul pacchetto sicurezza vede malissimo e si adira per la prima versione proposta da Ghedini, «la sospensione di un anno, prorogabile per un altro anno» per i processi in cui si può utilizzare il decreto appena approvato. All`esterno pare che Lega e An litighino con Ghedini sul reato d`immigrazione, ma la questione è ben altra.

Il contrasto è molto duro, l`avvocato del premier rimaneggia il testo e riduce da un anno a 60 giorni il tempo concesso all`imputato per decidere se accedere all`offerta del patteggiamento. Nel frattempo, in due interviste concesse al Sole24 Ore e al Corriere della Sera, l`avvocato e deputato di Forza Italia, illustra il suo provvedimento ma non parla mai delle misure per riaprire il patteggiamento.

Ieri la sorpresa, che mette subito in allarme i magistrati di Milano alle prese col processo Mills. Se effettivamente ci fosse una richiesta di patteggiare, il processo si bloccherebbe per due mesi giusto a ridosso della sospensione feriale. Sentenza rinviata a settembre. Poi chissà, come dice Di Pietro.

Ma intanto, anche se in appello il processo marcia diritto verso la prescrizione, Berlusconi potrebbe evitare una condanna che lo metterebbe di nuovo a disagio sul parterre internazionale dove il reato di falsa testimonianza è considerato in modo grave. Per questo è necessario che il decreto si approvi in fretta. Maroni assicura che «sarà legge entro luglio».

fonte: dagospia

lunedì 19 maggio 2008

Federalismo a singhiozzo

IL GOVERNO E L’ICI

di Francesco Giavazzi

Nella cittadina americana in cui vivo, nello stato del Massachusetts, il sindaco ha deciso di costruire una nuova scuola. Sostituirebbe un edificio del 1970, che funziona ma comincia a mostrare i suoi anni. Costo stimato del progetto, circa 200 milioni di dollari (130 milioni di euro). Poiché negli Usa le scuole sono interamente finanziate dalle città — non solo gli edifici, anche gli stipendi degli insegnanti— per far fronte a questa spesa il sindaco ha deciso di aumentare per qualche anno l'Ici. (Oggi l'aliquota è l'1%, non del valore catastale, come in Italia, ma del valore di mercato della casa, aggiornato ogni anno tenendo conto dei prezzi di abitazioni simili vendute nel corso dell'anno).

I cittadini (circa 80.000 famiglie) si sono ribellati e hanno chiesto un referendum. Il 20 maggio voteranno su tre proposte: (1) accettare la decisione del sindaco, (2) cancellare il progetto della nuova scuola e non aumentare l'Ici, (3) accettare l'aumento dell'Ici, ma destinare il maggior gettito all'assunzione di nuovi professori per migliorare la qualità delle loro scuole. (Sul sito internet del Massachusetts, www.mass.edu/mcas, si può consultare una classifica delle scuole dello Stato, compilata sulla base di un test che viene svolto ogni anno dagli allievi di ciascuna scuola. Si è osservato che, se le scuole di una città peggiorano, il prezzo delle case scende, il gettito dell'Ici si riduce e la città declina). Questo è federalismo! «Crescere vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista», ha detto Silvio Berlusconi la scorsa settimana presentando il suo programma al Parlamento.

Ma allora perché il primo atto del nuovo governo è la cancellazione dell’Ici? Di tutte le imposte l'Ici è la più federalista, e anche la più efficiente. Il gettito non va a Roma, rimane ai Comuni. E se con quel gettito il sindaco non aggiusta le strade, i cittadini, incontrandolo in piazza, possono chiedergliene conto e avvisarlo che se continua così non verrà certo rieletto. Chi può controllare come sono utilizzate le imposte che affluiscono al governo centrale? A chi può rivolgersi il cittadino se pensa che i servizi che riceve dallo Stato centrale non valgano le tasse che paga al governo di Roma? Ieri il sottosegretario Vegas ha detto che i Comuni verranno compensati per il gettito perduto. Doppio errore: innanzitutto perché se così fosse le tasse evidentemente non scenderebbero. E poi perché quel sindaco che non aggiusta le strade potrebbe dire che non è colpa sua, ma del governo che gli lesina risorse.

Come ha scritto l’ex-rettore dell’università di Padova, Gilberto Muraro (www.lavoce.info), «l'abolizione dell'Ici è una vittoria dell'apparenza sulla sostanza. Il minor gettito dei Comuni sarà compensato con trasferimenti dal centro. Ma l'Ici si autocontrolla, perché il sindaco deve soppesare la popolarità resa dai maggiori servizi con l’impopolarità creata dalla più pesante imposta. Un sussidio per definizione non basta mai sul piano politico e genera una domanda unanime di incremento, alimentando tensioni tra centro e periferia». Fanno bene Berlusconi e Tremonti a iniziare tagliando le tasse. Purché lo facciano davvero, non per finta: lo avessero fatto nel 2001, forse cinque anni dopo non avrebbero perso le elezioni. Ma qualcuno mi spiega perché di tutte le imposte vogliono cominciare proprio dall'Ici?

fonte: Corriere della Sera