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venerdì 15 gennaio 2010

Index of Economic Freedom 2009

La posizione dell'Italia

Punteggio: 61,4

Posizione generale: 76ª
Posizione in Europa: 32ª su 43
 
L’economia italiana è libera al 61,4 per cento, il che pone il Paese al 76º posto nella classifica mondiale della libertà economica dell’Index of Economic Freedom 2009. Il punteggio complessivo dell’Italia è più basso dell’1,2 per cento rispetto al dato dell’anno scorso, in quanto i leggeri miglioramenti registrati in quattro settori sono stati compensati dal peggioramento per quanto riguarda la libertà dallo Stato e la libertà del lavoro. L’Italia occupa il 32º posto (su 43 Paesi) in Europa e ha un punteggio appena superiore alla media mondiale.






L’Italia ha un punteggio elevato per quanto riguarda libertà d’impresa, la libertà di scambio e la libertà d’investimento. Le procedure burocratiche sono state snellite. I dazi doganali sono ridotti, anche se il peso della burocrazia tende a scoraggiare gli investimenti dall’estero. In qualità di Stato membri dell’Unione Europea, l’Italia condivide la politica monetaria con gli altri Paesi dell’Unione, il che le consente di avere un’inflazione relativamente modesta, a dispetto delle distorsioni introdotte dallo Stato nel settore agricolo.

I punteggi relativi a diritti di proprietà e corruzione mostrano alcune debolezze del Paese. La libertà fiscale e la libertà dallo Stato (ossia, la dimensione del settore pubblico) continuano ad essere bassi, a causa dell’imponente welfare state. La spesa pubblica ammonta grosso modo alla metà del PIL. La riduzione del cronico deficit di bilancio e del debito pubblico è andata a rilento e il valore di quest’ultimo si aggira ancora intorno al 105 per cento del PIL. L’attività economica informale (economia sommersa) è considerevole.

Informazioni generali
A dispetto di oltre 60 cambiamenti di governo negli anni intercorsi dal 1946 a oggi, in genere la vita politica del Paese è stata dominata dalla Democrazia Cristiana. L’avvento di una serie di governi di coalizione ha portato ad avere più stabilità. Nel 2008 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha vinto per la terza volta le elezioni politiche. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, ha rappresentato un elemento cardine dell’integrazione europea e fa inoltre parte della NATO e del G8. Pur essendo una delle maggiori economie mondiali, l’Italia è contraddistinta dal persistere di considerevoli diseguaglianze tra un Nord ricco e imprenditoriale e un Sud più povero e più dipendente dallo Stato. Le piccole e medie imprese continuano a prosperare in campo manifatturiero e nell’ambito del design di alto livello, ma si stima che l’economia sommersa conti per il 27 per cento dell’attività economica del Paese: si tratta di un valore doppio rispetto alla media OCSE. Il turismo e i servizi sono tra i comparti economici più importanti.

Libertà d’impresa – 78,7%
Nel complesso, la libertà di condurre un’attività economica è adeguatamente tutelata dalle regole in vigore nel Paese. Avviare un’attività economica richiede in media 10 giorni, rispetto ad una media mondiale di 38 giorni. Ottenere una licenza commerciale richiede un numero di procedure inferiore alle 18 della media mondiale, e un periodo di tempo superiore alla media mondiale di 225 giorni. Chiudere un’attività è relativamente semplice.

Libertà di scambio – 80,8%
La politica italiana relativa agli scambi è identica a quella degli altri Stati Membri dell’Unione Europea. Nel 2005, la media ponderata delle tariffe doganali comuni dell’UE era pari al 2,1 per cento. Le barriere non tariffarie create dalle politiche europee si palesano in normative alquanto restrittive in campo farmaceutico e bio-tecnologico, in acquisti da parte degli enti pubblici poco trasparenti e tendenti alla corruzione, le barriere all’ingresso al mercato dei servizi possono superare la media europea e la tutela della libertà intellettuale è debole. A causa delle barriere non tariffarie, dal punteggio complessivo dell’Italia in relazione alla libertà degli scambi sono stati detratti 15 punti percentuali.

Libertà fiscale – 54,3%
L’Italia è contraddistinta da gravi imposte sul reddito individuale e da un’imposta sul reddito d’impresa moderata. Nell’emendamento alla legge finanziaria del 2008, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito societario è stata ridotta dal 33 al 27,5 per cento. Tra le altre imposizioni fiscali, si annoverano l’IVA, un’imposta sugli interessi e una sulla pubblicità. Nell’ultimo anno per il quale disponiamo di dati, il gettito fiscale complessivo ha raggiunto il livello del 42,6 per cento del PIL.

Libertà dallo Stato — 24,7%
La spesa pubblica complessiva, comprendendo i consumi e le attività di redistribuzione del reddito (pensioni, sovvenzioni, ecc.) è estremamente elevata. Nell’ultimo anno la spesa pubblica ha raggiunto il livello del 50,1 per cento del PIL. Lo Stato controlla ancora alcune imprese strategiche, principalmente nel settore dei trasporti e dell’energia. Il tentativo di privatizzare la compagnia di bandiera Alitalia non ha avuto facile esito.

Libertà monetaria — 80,8%
L’Italia fa parte della zona dell’euro. L’inflazione italiana è relativamente bassa, con una media del 2,1 per cento tra il 2004 e il 2007. Partecipando alla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea, l’Italia offre sussidi alla produzione agricola, distorcendo in tal modo i prezzi dei prodotti agricoli. Tra i beni e servizi soggetti a tariffe imposte a livello nazionale dallo Stato vi sono la fornitura di acqua potabile, l’elettricità, il gas, i pedaggi autostradali, i farmaci prescrivibili rimborsabili, le telecomunicazioni e i trasporti interni. In conseguenza di tali politiche, che distorcono i prezzi interni, dal punteggio complessivo del Paese è stato detratto un ulteriore 10 per cento.

Libertà d’investimento — 70%
L’Italia è aperta agli investimenti dall’estero, ma il governo può porre il veto all’acquisizione di imprese italiane che coinvolgano investitori stranieri. Agli investitori stranieri attivi in Italia o in altri Pesi dell’Unione Europea viene riservato il medesimo trattamento degli investitori italiani, con alcune eccezioni relative al settore della difesa, della produzione aeronautica, dell’esplorazione ed estrazione petrolifera, dei trasporti aerei nazionali e dei trasporti marittimi. L’inefficienza del sistema giudiziario italiano viene spesso menzionata come un deterrente agli investimenti dall’estero. Il peso eccessivo della burocrazia, l’inadeguatezza delle infrastrutture, la scarsa trasparenza delle normative, la possibilità dell’intervento dello Stato e l’ostilità dei sindacati possono altresì inibire gli investimenti. Peraltro non vi sono ostacoli al rimpatrio di profitti, trasferimenti di fondi, versamenti o trasferimenti correnti. Gli stranieri non possono acquistare terreni adiacenti ai confini nazionali.

Libertà finanziaria — 60%
Il settore finanziario italiano è abbastanza sviluppato e offre una vasta gamma di servizi finanziari. Il credito viene assegnato ai termini stabiliti dal mercato e l’arrivo di operatori stranieri non subisce più eccesisvi osticoli. Lo Stato non detiene più pacchetti azionari di rilievo nel settore bancario e oggi non restano che tre importanti istituti finanziari (la Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane/ Bancoposta e l’Istituto per il Credito Sportivo) controllati dallo Stato. Le sei banche più grandi contano per oltre il 50 per cento degli asset complessivi, sebbene la concentrazione in tale settore risulti inferiore che nel resto d’Europa. Le normative e i divieti possono risultare onerose e ottenere il controllo di un istituto finanziario richiede l’approvazione delle autorità pubbliche. Verso la fine del 2005 è stata promulgata una legislazione mirante a migliorare il sistema normativo. Le autorità hanno intrapreso alcuni passi per riformare i mercati dei capitali ancora inadeguatamente sviluppati.

Diritti di proprietà — 50%
I diritti di proprietà e i contratti sono tutelati, ma le vertenze giudiziarie sono lente e numerose aziende preferiscono giungere ad un accomodamento extra-giudiziario. La tutela dei diritti di proprietà è più debole di quanto non sia il caso in altri Paesi dell’Europa occidentale.

Libertà dalla corruzione — 52%
L’esistenza della corruzione viene nettamente avvertita. Sui 179 Paesi classificati nell’edizione del 2007 del Corruption Perceptions Index di Transparency International, l’Italia occupa il 41º posto. La corruzione è più comune di quanto non sia il caso in altri Paesi europei e gli italiano ritengono che i settori relativi agli investimenti siano particolarmente colpiti.

Libertà del lavoro — 61,3%
La relativa rigidità delle normative sul lavoro ostacolano l’occupazione e la crescita della produttività. I costi non salariali di un lavoratore dipendente sono decisamente elevati. Le normative sull’orario di lavoro sono relativamente rigide.

 
Informazioni sintetiche

Popolazione: 58,9 milioni di abitanti

PIL (a parità di potere d’acquisto):
1.700 miliardi di dollari
crescita nel 2006: 1,8%
crescita annuale negli ultimi 5 anni: 0,9%
PIL pro capite pari a 29.053 dollari

Disoccupazione: 6,0%

Inflazione (indice dei prezzi al consumo): 2,0%

Investimento diretto estero (afflusso netto): – 39,2 miliardi di dollari

domenica 5 aprile 2009

Index of Economic Freedom 2009

Anche questo anno, seppur con qualche mese di ritardo, riporto i dati del rapporto internazionale sulla libertà economica:
La posizione dell'Italia

Punteggio: 61,4

Posizione generale: 76ª
Posizione in Europa: 32ª su 43

Grafico 1: Punteggio complessivo
Grafico 2: Punteggio rispetto alla media
Grafico 3: Andamento nel tempo
L’economia italiana è libera al 61,4 per cento, il che pone il Paese al 76º posto nella classifica mondiale della libertà economica dell’Index of Economic Freedom 2009. Il punteggio complessivo dell’Italia è più basso dell’1,2 per cento rispetto al dato dell’anno scorso, in quanto i leggeri miglioramenti registrati in quattro settori sono stati compensati dal peggioramento per quanto riguarda la libertà dallo Stato e la libertà del lavoro. L’Italia occupa il 32º posto (su 43 Paesi) in Europa e ha un punteggio appena superiore alla media mondiale.

L’Italia ha un punteggio elevato per quanto riguarda libertà d’impresa, la libertà di scambio e la libertà d’investimento. Le procedure burocratiche sono state snellite. I dazi doganali sono ridotti, anche se il peso della burocrazia tende a scoraggiare gli investimenti dall’estero. In qualità di Stato membri dell’Unione Europea, l’Italia condivide la politica monetaria con gli altri Paesi dell’Unione, il che le consente di avere un’inflazione relativamente modesta, a dispetto delle distorsioni introdotte dallo Stato nel settore agricolo.

I punteggi relativi a diritti di proprietà e corruzione mostrano alcune debolezze del Paese. La libertà fiscale e la libertà dallo Stato (ossia, la dimensione del settore pubblico) continuano ad essere bassi, a causa dell’imponente welfare state. La spesa pubblica ammonta grosso modo alla metà del PIL. La riduzione del cronico deficit di bilancio e del debito pubblico è andata a rilento e il valore di quest’ultimo si aggira ancora intorno al 105 per cento del PIL. L’attività economica informale (economia sommersa) è considerevole.

Informazioni generali
A dispetto di oltre 60 cambiamenti di governo negli anni intercorsi dal 1946 a oggi, in genere la vita politica del Paese è stata dominata dalla Democrazia Cristiana. L’avvento di una serie di governi di coalizione ha portato ad avere più stabilità. Nel 2008 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha vinto per la terza volta le elezioni politiche. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, ha rappresentato un elemento cardine dell’integrazione europea e fa inoltre parte della NATO e del G8. Pur essendo una delle maggiori economie mondiali, l’Italia è contraddistinta dal persistere di considerevoli diseguaglianze tra un Nord ricco e imprenditoriale e un Sud più povero e più dipendente dallo Stato. Le piccole e medie imprese continuano a prosperare in campo manifatturiero e nell’ambito del design di alto livello, ma si stima che l’economia sommersa conti per il 27 per cento dell’attività economica del Paese: si tratta di un valore doppio rispetto alla media OCSE. Il turismo e i servizi sono tra i comparti economici più importanti.

Libertà d’impresa – 78,7%
Nel complesso, la libertà di condurre un’attività economica è adeguatamente tutelata dalle regole in vigore nel Paese. Avviare un’attività economica richiede in media 10 giorni, rispetto ad una media mondiale di 38 giorni. Ottenere una licenza commerciale richiede un numero di procedure inferiore alle 18 della media mondiale, e un periodo di tempo superiore alla media mondiale di 225 giorni. Chiudere un’attività è relativamente semplice.

Libertà di scambio – 80,8%
La politica italiana relativa agli scambi è identica a quella degli altri Stati Membri dell’Unione Europea. Nel 2005, la media ponderata delle tariffe doganali comuni dell’UE era pari al 2,1 per cento. Le barriere non tariffarie create dalle politiche europee si palesano in normative alquanto restrittive in campo farmaceutico e bio-tecnologico, in acquisti da parte degli enti pubblici poco trasparenti e tendenti alla corruzione, le barriere all’ingresso al mercato dei servizi possono superare la media europea e la tutela della libertà intellettuale è debole. A causa delle barriere non tariffarie, dal punteggio complessivo dell’Italia in relazione alla libertà degli scambi sono stati detratti 15 punti percentuali.

Libertà fiscale – 54,3%
L’Italia è contraddistinta da gravi imposte sul reddito individuale e da un’imposta sul reddito d’impresa moderata. Nell’emendamento alla legge finanziaria del 2008, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito societario è stata ridotta dal 33 al 27,5 per cento. Tra le altre imposizioni fiscali, si annoverano l’IVA, un’imposta sugli interessi e una sulla pubblicità. Nell’ultimo anno per il quale disponiamo di dati, il gettito fiscale complessivo ha raggiunto il livello del 42,6 per cento del PIL.

Libertà dallo Stato — 24,7%
La spesa pubblica complessiva, comprendendo i consumi e le attività di redistribuzione del reddito (pensioni, sovvenzioni, ecc.) è estremamente elevata. Nell’ultimo anno la spesa pubblica ha raggiunto il livello del 50,1 per cento del PIL. Lo Stato controlla ancora alcune imprese strategiche, principalmente nel settore dei trasporti e dell’energia. Il tentativo di privatizzare la compagnia di bandiera Alitalia non ha avuto facile esito.

Libertà monetaria — 80,8%
L’Italia fa parte della zona dell’euro. L’inflazione italiana è relativamente bassa, con una media del 2,1 per cento tra il 2004 e il 2007. Partecipando alla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea, l’Italia offre sussidi alla produzione agricola, distorcendo in tal modo i prezzi dei prodotti agricoli. Tra i beni e servizi soggetti a tariffe imposte a livello nazionale dallo Stato vi sono la fornitura di acqua potabile, l’elettricità, il gas, i pedaggi autostradali, i farmaci prescrivibili rimborsabili, le telecomunicazioni e i trasporti interni. In conseguenza di tali politiche, che distorcono i prezzi interni, dal punteggio complessivo del Paese è stato detratto un ulteriore 10 per cento.

Libertà d’investimento — 70%
L’Italia è aperta agli investimenti dall’estero, ma il governo può porre il veto all’acquisizione di imprese italiane che coinvolgano investitori stranieri. Agli investitori stranieri attivi in Italia o in altri Pesi dell’Unione Europea viene riservato il medesimo trattamento degli investitori italiani, con alcune eccezioni relative al settore della difesa, della produzione aeronautica, dell’esplorazione ed estrazione petrolifera, dei trasporti aerei nazionali e dei trasporti marittimi. L’inefficienza del sistema giudiziario italiano viene spesso menzionata come un deterrente agli investimenti dall’estero. Il peso eccessivo della burocrazia, l’inadeguatezza delle infrastrutture, la scarsa trasparenza delle normative, la possibilità dell’intervento dello Stato e l’ostilità dei sindacati possono altresì inibire gli investimenti. Peraltro non vi sono ostacoli al rimpatrio di profitti, trasferimenti di fondi, versamenti o trasferimenti correnti. Gli stranieri non possono acquistare terreni adiacenti ai confini nazionali.

Libertà finanziaria — 60%
Il settore finanziario italiano è abbastanza sviluppato e offre una vasta gamma di servizi finanziari. Il credito viene assegnato ai termini stabiliti dal mercato e l’arrivo di operatori stranieri non subisce più eccesisvi osticoli. Lo Stato non detiene più pacchetti azionari di rilievo nel settore bancario e oggi non restano che tre importanti istituti finanziari (la Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane/ Bancoposta e l’Istituto per il Credito Sportivo) controllati dallo Stato. Le sei banche più grandi contano per oltre il 50 per cento degli asset complessivi, sebbene la concentrazione in tale settore risulti inferiore che nel resto d’Europa. Le normative e i divieti possono risultare onerose e ottenere il controllo di un istituto finanziario richiede l’approvazione delle autorità pubbliche. Verso la fine del 2005 è stata promulgata una legislazione mirante a migliorare il sistema normativo. Le autorità hanno intrapreso alcuni passi per riformare i mercati dei capitali ancora inadeguatamente sviluppati.

Diritti di proprietà — 50%
I diritti di proprietà e i contratti sono tutelati, ma le vertenze giudiziarie sono lente e numerose aziende preferiscono giungere ad un accomodamento extra-giudiziario. La tutela dei diritti di proprietà è più debole di quanto non sia il caso in altri Paesi dell’Europa occidentale.

Libertà dalla corruzione — 52%
L’esistenza della corruzione viene nettamente avvertita. Sui 179 Paesi classificati nell’edizione del 2007 del Corruption Perceptions Index di Transparency International, l’Italia occupa il 41º posto. La corruzione è più comune di quanto non sia il caso in altri Paesi europei e gli italiano ritengono che i settori relativi agli investimenti siano particolarmente colpiti.

Libertà del lavoro — 61,3%
La relativa rigidità delle normative sul lavoro ostacolano l’occupazione e la crescita della produttività. I costi non salariali di un lavoratore dipendente sono decisamente elevati. Le normative sull’orario di lavoro sono relativamente rigide.

Informazioni sintetiche

Popolazione: 58,9 milioni di abitanti

PIL (a parità di potere d’acquisto):
1.700 miliardi di dollari
crescita nel 2006: 1,8%
crescita annuale negli ultimi 5 anni: 0,9%
PIL pro capite pari a 29.053 dollari

Disoccupazione: 6,0%

Inflazione (indice dei prezzi al consumo): 2,0%

Investimento diretto estero (afflusso netto): – 39,2 miliardi di dollari

mercoledì 23 luglio 2008

L'ombra massonica dietro il nazionalismo italiano

Dopo la vittoria al mondiale di calcio il rigurgito di nazionalismo italiota ha riportato in auge i relitti dell’educazione civica fascio-risorgimentale: gli ammuffiti tricolori, che da tanti anni giacevano in cassetti dimenticati alla mercè delle camole, sono riapparsi sventolanti e i giovani discotecari del sabato sera hanno imparato persino la prima strofa dell’inno, magari interrogandosi, col contegno ottuso del calciodipendente, su chi fossero “Scipio” e “Ferruccio”! Capisco benissimo come i sentimenti nazionali travalichino gli angusti ambulacri della ragione ma dovremmo tutti essere coscienti del significato dei segni che usiamo e della parole che pronunciamo; è evidente infatti come il verde del tricolore italiota, ben lungi da rappresentare la speranza, sia il colore della massoneria, principale artefice dell’unificazione italiana, e come l’incipit “Fratelli d’Italia” indichi la fratellanza delle logge, in cui era ben addentro il framassone Goffredo Mameli.

D’altra parte è innegabile come il Risorgimento, esportazione dei principi della Rivoluzione francese sul suolo italiano, sia stato principalmente opera della massoneria, chiarendo però come parlare di massoneria al singolare non dia ragione di un fenomeno molto più complesso che vede spesso conflitti tra diverse logge, se non all’interno della stessa loggia; comunque tale opera occulta e sotterranea, svelata negli ultimi anni da studiosi quali la Pellicciari e orgogliosamente ostentata dagli odierni massoni, riguardò sia il piano organizzativo, quale il reperimento di risorse economiche e la cooptazione di uomini, che i principi ideali posti alla base dell’opera di costruzione italiana e di distruzione degli antichi regimi.

In questo ultimo senso è assolutamente necessario rimarcare come la stessa idea moderna di nazione, cioè quello che viene definito nazionalismo, trovò un eccezionale tramite di diffusione e amplificazione in epoca romantica da parte della massoneria: alla base delle rivendicazioni nazionali dei paesi europei, soprattutto contro l’impero asburgico, vi fu un’intesa attività propagandistica delle logge locali; il punto non sta tanto nel determinare quanto legittime fossero tali aspirazioni, questione che andrebbe trattata caso per caso, ma quanto genuine, cioè quanto sentite veramente dal popolo, e soprattutto indagare se la massoneria sostenne con simpatia i nazionalismi oppure se li adoperò per finalità ulteriori. A tal proposito il nazionalismo italiano si configura, dalla genesi fino alla realizzazione delle sue brame, come un adeguato campo di studio dell’operare massonico contro le monarchie dell’Ancient Regime.

La storiografia romantica, diffusa dall’educazione scolastica italiana, ci ha infatti imposto la visione di un’identità italiana che si sviluppa linearmente e senza discontinuità dalla romanità sino ai giorni nostri, trascurando l’importanza del contributo del substrato preromano e addirittura eliminando l’apporto di altri popoli che hanno abitato la penisola, influendo sulla diversa identità dei popoli italiani (come bizantini, arabi, longobardi, normanni, ecc.). In base a questi principi i periodi della storia d’Italia vennero giudicati, e seguitano a venir giudicati, in base al grado d’unità politica della penisola (notevole preconcetto ideologico) e non alla prosperità, all’accordo popolare o ad altri fattori: proprio per questo la storia moderna italiana, cioè quella che segue la rottura della pace di Lodi (1494) fino ai primi barlumi di moti risorgimentali, non poteva che essere oggetto di valutazioni critiche negative.

Di fatto però il nazionalismo italiano, tenendo ben presente la distinzione tra l’idea medievale di nazione, ancora presente in Machiavelli, e quella moderna , nasce e si sviluppa fin dai suoi principi nelle logge massoniche, diffondendosi poi nel mondo culturale in epoca illuministica e giacobina senza però riuscire mai a penetrare nel popolo . Non solo l’idea d’Italia era ignota al sensus communis ma finanche il concetto di nazione non trovava spazio nella mente di chi era abituato a ragionare nei termini, non contraddittori ma complementari, di universalismo (cattolico e imperiale) e localismo comunitario; la patria difesa dagli insorgenti antigiacobini non era una terra dai confini tracciati sulla carta, bensì la terra dei padri, la terra in cui erano nati e cresciuti e nella quale avevano affetti e rapporti umani reali .

I prodromi del nazionalismo italiano si ritrovano, a detta di molti studiosi, nell’articolo del capodistriano Gian Rinaldo Carli, iniziato alla massoneria, scritto per Il Caffè nel 1765 in forma anonima col titolo La patria degli italiani; in questo scritto il Carli, nella figura di un ignoto che entra in un Caffè, si lamenta con un avventore, Alcibiade, che lo ha definito “forestiero” in quanto non milanese, esclamando: “Un italiano in Italia non è mai forestiero”. E’ evidente che il Carli dava per scontato un’identità italiana che in realtà non esisteva, in quanto essa era tale solo a livello letterario, dato che la lingua letteraria accettata sin dal ‘500 era il fiorentino, e geografico, poichè la penisola italiana è racchiusa entro confini naturali; questa identità non era però assolutamente sostenuta dal popolo che si sentiva legato ai suoi legittimi sovrani, dunque ben distante da qualsiasi idea di unità politica italiana e per giunta non utilizzava assolutamente il fiorentino letterario il quale, d’altra parte, non era nemmeno quello parlato dagli abitanti di Firenze nel XVIII secolo. Proprio per questo i primi diffusori dell’idea di italianità furono letterati, solitamente massoni e illuministi; fa eccezione ad esempio il noto Giuseppe Carpani, successore del Metastasio come poeta di corte a Vienna, il quale pur non negando una certa idea di nazione italiana considerava, in virtù del suo attaccamento agli Asburgo, l’unità politica un processo assai pernicioso. Ad ogni modo lo scritto del Carli nascondeva anche quel processo di affratellamento fra le varie logge massoniche in suolo italiano che incominciarono a diffondere queste idee attraverso le loro migliori penne. Tale era il gesuita mantovano Saverio Bettinelli, iniziato probabilmente alla loggia cremonese “La concordia”, il quale scrivendo il Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille (1775) oltre a inaugurare una visione storiografica nella quale l’età comunale era sentita, in maniera assolutamente anacronistica, come affrancamento italiano dalla tutela straniera, utilizzò, translandone il significato, un termine religioso destinato ad avere un grande successo .

Il vento della rivoluzione francese amplificò la tematica del nazionalismo italiano consentendo ai giacobini italiani, già ben diffusi, di uscire dai loro club clandestini, che spesso erano in stretta connessione con le logge; questi erano convinti che il Bonaparte avrebbe portato l’unificazione e l’indipendenza italiana sulla punta delle baionette: speranza invero malriposta considerando i veri obbiettivi dei francesi sulla penisola, sintetizzabili nell’espressione del membro del direttorio Lazare Carnot “un limone da spremere”. Nonostante ciò i giacobini ebbero per la prima volta l’occasione di venir fuori dalle loro asfittiche riunioni e proclamare i loro ideali ad alta voce: tra questi è eminente il concetto di nazione italiana e la volontà di creare una repubblica italiana; uno dei più attivi patrioti del triennio giacobino (1796-99) fu Matteo Galdi, iniziato alla massoneria napoletana dal celebre maestro Caracciolo ma fuggito a Genova, il quale vergò il suo pensiero nello scritto Sulla necessità di stabilire una repubblica in Italia(1796).

Ben presto le chimeriche aspettative giacobine furono deluse dalla dura realtà dei fatti, infatti il Direttorio francese non aveva alcuna intenzione di trattare le varie entità statuali italiane come repubbliche sorelle bensì come utili sottoposte: non a caso nella breve vita della Repubblica Cisalpina i generali francesi dovettero “correggere” le decisioni dei riottosi consigli con frequenti colpi di Stato. La traumatica disillusione costrinse i patrioti italiani a ritornare a tramare nell’ombra: nella Repubblica Cisalpina prese vita un’oscura associazione nota come Società dei Raggi, con sede a Bologna e a Milano, la quale, sfruttando una complicata onomastica astrologico-solare, si prefiggeva di combattere i francesi per fondare una repubblica italiana; per quanto non si possa negare una certa derivazione massonica, evidente anche dalla terminologia solare, la Società dei Raggi secondo F.M.Agnoli era “senza giuramenti, senza iniziazioni, senza simboli, senza quelle grottesche cerimonie che costituivano i misteri della setta massonica” . Nonostante fosse arrivata ad assommare 30.000 linee, cioè membri, la Società dei Raggi andò incontro ad una rapida decadenza a causa di divergenze politiche interne seguite alla fondazione della Repubblica Italiana (1802). Ben più duratura fu invece l’esperienza della Carboneria la quale travalicò il confine cronologico del periodo napoleonico per continuare la sua esistenza nell’età della Restaurazione, fino a traghettare l’ideale di unificazione italiana alla generazione che l’avrebbe effettivamente realizzata. Sebbene le origini della carboneria siano sostanzialmente arcane non pare possibile dubitare dell’evidente derivazione massonica di tale organizzazione; questo è peraltro confermato dallo storico massone Giuseppe La Farina che ne parla nella sua Storia d’Italia (1851), come “figliuola della framassoneria” mentre un rapporto della polizia austriaca del 1820 la cita come “ società […] semi-massonica, e popolare, composta cioè nella maggior parte da popolo minuto” . Anche Pio VII, condannando la Carboneria al pari della Massoneria con la bolla “Ecclesiam a Iesu Christo” (1821), non sembra trovare distinzioni di sorta tra le due società anzi affermò chiaramente come “i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle Costituzioni di Clemente XII e Benedetto XIV”, cioè le due precedenti condanne della Massoneria.

Proprio dalla carboneria all’inizio dell’800 fuoriuscirono alcuni documenti che possono lasciare intendere come l’opera di unificazione italiana non fosse una generosa esplosione di un presunto sentimento nazionale, ma il simulacro dietro cui nascondere i reali obbiettivi massonici: la distruzione della Chiesa e della società cristiana. Questi documenti sono un epistolario e la cosiddetta Istruzione permanente ; nella lettera dell’11 giugno 1829 Felice scrive a Nubio (nomi di battaglia dei due carbonari): “L’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principi. Sono palloni vuoti”. Quale sarebbe ordunque il vero scopo della carboneria e del progettato moto di liberazione italiana? Ci risponde l’Istruzione permanente: “Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo […] Noi abbiamo intrapreso la fabbrica della corruzione alla grande. Questa corruzione deve condurci al seppellimento della Chiesa Cattolica”. C’è altro da aggiungere?



Davide Canavesi
tratto da: "Il Cinghiale corazzato", numero 24, luglio-agosto 2008

venerdì 6 giugno 2008

La concorrenza che serve arriva con il federalismo

di Carlo Lottieri
Le posizioni in tema di federalismo fiscale cominciano a definirsi: e dopo la presentazione di un disegno di legge da parte del ministro Umberto Bossi, ora sono le regioni a prendere posizione. Abbiamo così il presidente lombardo Roberto Formigoni che sta sviluppando una sua rete diplomatica (anche in dialogo con il Pd), mentre pure il Sud si rende conto dell'urgenza della questione. In particolare, molto attivo appare Michele Iorio, presidente del Molise, che pur essendo di centro-destra si è detto disponibile a stringere alleanza con colleghi di sinistra al fine di tutelare il Meridione. Se la discussione si sviluppa però in questo modo, riproponendo vecchie contrapposizioni, si rischia di non andare da nessuna parte. Perché se certo è vero che con la riforma federale della finanza pubblica è destinato a diminuire (come è giusto che sia) il flusso di denaro che oggi raggiunge il Mezzogiorno, la questione cruciale è però un'altra.
I trasferimenti vanno ridotti perché - come tutti sanno - hanno fatto soltanto il male del Mezzogiorno. Da decenni Antonio Martino parla del denaro pubblico come di una droga che progressivamente indebolisce il tessuto sociale delle regioni meridionali, impedendo lo sviluppo di un'economia dinamica e basata sull'imprenditoria privata. Al tempo stesso, però, è del tutto ovvio che tale cambiamento avverrà in maniera graduale e che vi sarà un meccanismo perequativo che, almeno all'inizio, aiuterà le regioni più povere. Il punto allora è un altro.

Quello che al Nord e al Sud gli italiani devono comprendere è che il federalismo fiscale è nell'interesse di tutti, perché qui non si tratta tanto di dividere diversamente la torta, ma di farne crescere le dimensioni. Dare potestà fiscale ai comuni e alle regioni, eliminando o comunque fortemente ridimensionando il sistema dei trasferimenti (la cosiddetta finanza derivata), vuol dire introdurre una forte responsabilizzazione delle classi politiche locali, obbligandole a gestire e a spendere meglio il denaro che i loro elettori verseranno nelle casse degli enti locali. È questo un modo fondamentale per ridurre, se non eliminare, sprechi e clientele.

Ma ancor più importante è che si mettano in concorrenza tra loro le regioni e anche i comuni. Solo in questo modo possiamo sperare di avere tasse più basse (perché questo sarà l'esito della concorrenza) e servizi meglio gestiti. Se un paese federale come la Svizzera ha una tassazione molto inferiore della nostra è soprattutto perché spostandosi da un cantone all'altro si cambia il regime fiscale, e siccome si tratta di piccole realtà spostarsi è facile e poco costoso. Vedere nel progetto federalista soltanto una contrapposizione di egoismi rischia di non far cogliere il dato maggiore: e cioè che grazie a tale riforma l'intero Paese può uscire migliorato nel suo insieme, in condizione di avere classi dirigenti più responsabili, e meglio protetto nei diritti dei singoli, così da poter crescere e svilupparsi.

fonte: Il Tempo, 6 giugno 2008